Zagrebelsky a Festival Filosofia: così vinceremo la sfida del multiculturalismo
Tre le strade indicate dal professore: separazione, integrazione e interazione «Urge un’apertura al confronto con tolleranza zero verso chi è intollerante»
SASSUOLO. Piazza gremita per la lectio del professor Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale, chiamato a parlare di pluralismo politico. Zagrebelsky analizza il tema partendo da un concetto vicino ma differente, quello del multiculturalismo. «Occorre - dice - che si rinunci all'idea di una verità che debba valere per tutti. Nessuno, tantomeno lo Stato, può pretendere che la sua verità sia imposta agli altri. L'idea oggi sembra pacifica, in un mondo basato tutto sommato sulla tolleranza». «Il pluralismo presuppone l'esistenza di un contesto comune, l'appartenenza un unico percorso e storia. Il pluralismo è inclusione, incompatibile con le pretese di esclusività, chiunque sia chi le avanza. Proprio su questo punto si misura la distanza fra pluralismo e multiculturalismo. Quest'ultimo ha aperto uno scenario inedito, la comunanza di culture che hanno integrato le diversità. Parola moderna, nata nel 1982, oggi vede rovesciata la sua direzione: «Sono le nostre società che sentono la necessità di protezione delle loro culture da quella che vedono come un'invasione. Prevalgono reazioni emotive e improvvisate, insicure e impaurite, razziste o xenofobe». Il mescolamento delle culture oggi diventa quindi un fatto, non più una scelta. Ha fallito quindi non il multiculturalismo ma hanno fallito le politiche che tentavano di regolarlo. Ne nasce, secondo Zagrebelsky, anche una questione morale: «L'immigrazione nord sud e est ovest è in realtà un doloroso riequilibrio di vecchie conseguenze determinate da antiche politiche coloniali, di cui ancora esistono vittime. Il ricacciamoli in mare xenofobo sarebbe ingiustizia innestata su un'altra grande ingiustizia». Come vincere quindi la sfida del multiculturalismo? Zagrebelsky indica tre vie: separazione, integrazione e interazione. «Separazione è una coesistenza ma non una convivenza. Il pregiudizio del separatismo è che le culture siano e debbano essere realtà spirituali chiuse, che devono evitare contaminazioni delle rispettive identità. Se vengono popolazioni diverse, stiano per conto loro, in modo da evitare scontri di civiltà. La politica separatista difficilmente funziona perché quando la parte autoctona è dominante sull'altra la separazione inesorabilmente diventa segregazione. Integrazione è omogeneizzazione culturale in cui le differenze gradatamente scompaiono. Attraverso la reciproca attrazione le culture cambiano e confluiscono le une nelle altre. Ma l'integrazione rinvia a una dinamica di una cultura che integra e altre che sono integrate. C'è asimmetria fra la più forte e le altre. L'integrazionismo fatalmente diventa l'ideologia della cultura dominante e prima o poi manifesta la sua vera natura che è l'assimilazionismo: un mite razzismo culturale che può diventare violento. L'interazione invece non è l'integrazione ma significa la necessità e la capacità delle culture di entrare in rapporto, per arrivare a definizione comune, a rinnovarsi apprendendo gli uni dagli altri. Non basta più che ogni parte stia separata, tutte devono riconoscere gli altri come competitori e oggetto di confronto nella coesistenza». È quindi l'interazione - secondo Zagrebelsky - l'unica risposta alla sfida del multiculturalismo. Il nodo finale è nella parola relativismo, che spesso viene visto come nichilismo, niente è assoluto è niente è da difendere nelle rispettive culture. «Il multiculturalismo deve essere relativista nel punto di partenza, ma non nell'obiettivo finale di una cultura comune costruita sull'incontro e sullo scambio. Il multiculturalismo evolverebbe così in una forma di pluralismo. Sfida impossibile? Lo si potrà dire solo a posteriori, ma si può vincere rivedendo il nostro concetto di tolleranza, apertura al confronto da esercitare tutti insieme. Nessuna tolleranza - conclude Zagrebelski con chi è intollerante».
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