Lotta al doping, Modena con Donati: «Leggi da rifare»
Il professore ospite della Festa Pd dopo i clamorosi sviluppi delle Olimpiadi di Rio: «Indaghiamo su chi produce farmaci»
Il caso di Alex Schwazer come filo conduttore di una riflessione sul problema dilagante del doping, sulle falle del sistema sportivo internazionale nel combatterlo e perfino sulla connivenza delle più alte istituzioni, tema di strettissima attualità per la battaglia sollevata dai pirati informatici russi contro l’agenzia mondiale antidoping dopo l’esclusione di gran parte degli atleti sovietici dall’Olimpiade decisa dalla federazione internazionale di atletica leggera. A raccontare tutto senza mezzi termini, di fronte al centinaio di persone presenti al PalaConad della Festa Pd, è stato il professor Alessandro Donati, maestro dello sport del Coni, da sempre paladino della lotta al doping e protagonista suo malgrado della vicenda che ha costretto il marciatore altoatesino a rinunciare ai Giochi di Rio de Janeiro dopo l’operazione “pulizia” studiata assieme per dare un segnale forte al mondo dello sport. «Vittima di un atto abominevole», ha raccontato Donati parlando di Schwazer e sapendo bene di essere l’altro bersaglio da colpire. «Ammessa ed espiata la sua colpa passata – ha aggiunto – Alex aveva cambiato completamente la sua vita, rinunciando anche a qualsiasi pratica tollerata per dimostrare a tutti di essere un campione anche senza aiuti. Se non avessi avuto fiducia sulla sua persona, mai mi sarei offerto come garante. Tutto questo a qualcuno non stava bene, chi ha fatto il “lavoro sporco” è in gran parte un nemico storico del sottoscritto, dopo le denunce fatte nel corso degli anni su un sistema che fa di tutto per non aiutare la lotta al doping. Si era creata una miscela insopportabile per molti, così ci hanno fatto fuori. Ma ci sono tra indagini in corso che mi auguro facciano emergere la verità, due a Bolzano ed una Roma. Quest’ultima è nata da telefonate e mail di minacce che ho ricevuto prima, durante e dopo l’esclusione di Schwazer dall’Olimpiade, dove sono sicuro avrebbe vinto sia sui 50 che sui 20 chilometri. Perché Alex, posso garantirvelo, è atleta vero e fortissimo, che ora soffre con dignità e senza cercare clamore, ma solo la verità. Tutta la vicenda è stata studiata a tavolino, la federazione internazionale (Iaaf) l’ha controllata con la sfera di cristallo ed è la prima colpevole. Il caso-Russia offre un altro spaccato di un sistema che non solo non funziona, ma occulta: una storia brutta, perché è vero che da anni i russi sono il peggio che si possa immaginare in tema doping, ma non sono i soli, ci sono centinaia di casi anomali ed esistono documenti consegnati anche alla Procura di Bolzano che lo dimostrano». Il problema principale, secondo Donati, è facilmente identificabile: «L’antidoping deve essere gestito da soggetti esterni, organi terzi e non dalla stessa federazione che può trarre danno dall’esclusione di alcune stelle. Il mio è un attacco alle istituzioni corrotte, quelle che puniscono l’atleta pur sapendo benissimo che esiste un sistema che parte da molto più lontano, da tecnici e dirigenti. Si vive lo sport con una mentalità medicalizzata, dove l’abuso di farmaci è provato sul 76% dei cittadini, e già questo è terreno fertile per il doping. Che, si badi bene, non è legato allo sport di elite, altrimenti non si spiegherebbero casi di positività in sport che non godono di visibilità. Io dico: perché non controllare la proporzione tra malati e farmaci commercializzati? Non è che, per caso, ci sono di mezzo gli interessi delle case farmaceutiche e dunque un tacito accordo con le istituzioni?». Provocazioni che suonano come amare verità.
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