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Finale, infettata in ospedale, maxi risarcimento

Finale, infettata in ospedale, maxi risarcimento

Una donna 63enne è stata indennizzata con 100mila euro e un bonus mensile per aver contratto l’epatite con una trasfusione

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FINALE. Un indennizzo di 100mila euro che dovrà pagare il ministero della Salute e un assegno mensile per il resto della vita di circa 850 euro che sarà sostenuto da Ausl e Regione. È quanto stabilito dalla Corte d’Appello di Bologna dopo che una donna finalese aveva inoltrato ricorso, attraverso lo studio legale Mattarelli-Mezzini, per avere giustizia. In primo grado, infatti, il tribunale di Modena le avesse dato torto, poiché sarebbe trascorso troppo tempo e il diritto all’indennizzo sarebbe decaduto. Mercoledì, invece, i giudici regionali hanno ribaltato la sentenza, sostenendo che i tempi del ricorso erano entro i termini stabiliti dalla Legge.

«Dopo 36 anni la nostra assistita ha finalmente ottenuto l’indennizzo legge n. 210/1992 per i soggetti danneggiati irreversibilmente da sangue infetto», spiega l’avvocato Renato Mattarelli che ha rappresentanto la 63enne.

La signora era stata infettata dal virus dell’epatite C a causa di trasfusioni di sangue infetto che le erano state somministrate durante il ricovero - nel periodo luglio-agosto 1980 - all’ospedale Civile della Santissima Annunziata di Cento. La malata aveva appena 27 anni. Per diverso tempo l’infezione non aveva dato problemi, anzi la ragazza aveva continuato a vivere la sua quotidianità senza particolari problemi. Ma 15 anni dopo - si arriva così al 1995 - scopre di essere positiva al virus epatico. Iniziano i primi accertamenti, il malessere però non crea particolari disagi fino a quando, nel 2005, la malattia si evolve in una grave patologia epatica che le ha distrutto la vita e quella dei suoi familiari.

«Dopo questa vittoria - aggiungono dallo studio Mattarelli-Mezzini - la donna è ora pronta ad affrontare una nuova causa contro lo Stato per ottenere l’ulteriore risarcimento integrale di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali in aggiunta all’indennizzo ottenuto con la sentenza della Corte d’Appello».

All'avvocato Mattarelli, “il marito della signora (gravemente ammalata di altre patologie) ha detto di sentirsi commosso - viene spiegato nella nota - perché non sperava più in un successo che, oltre alla soddisfazione morale per la donna (verso chi la infettata anziché curarla), rappresenta un sostentamento economico per la sua famiglia”.

Quello del sangue infetto e delle trasfusioni non controllate è uno scandalo che ha attraversato l’Italia tra gli anni ’70 e ’90 e ha visto la recente condanna del nostro Paese da parte della Corte di giustizia europea per i ritardi nei processi e nei risarcimenti.

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