Spilamberto, qui Messer Filippo disegnò la sua storia sui muri della cella
Nella Rocca Rangoni a Spilamberto fu imprigionato un mercante innamoratosi di una nobildonna
SPILAMBERTO. Un luogo in cui mistero e gaudio si mescolano alla perfezione. La Rocca Rangoni (nota anche come castello di Spilamberto) per oltre 650 anni è stata di proprietà dei marchesi a cui deve il nome per poi essere rilevata dal comune della cittadina nel 2011 ed iniziare così un nuovo corso della sua affascinantissima storia.
Nata per volere dei modenesi nel 1210, la Rocca fungeva da presidio di controllo del confine con Bologna e delle rive del Panaro.
È Aldobrandino d'Este a concedere il castello ai Rangoni che ne iniziano lo sviluppo partendo da una pianta quadrata con torri angolari. Ed è proprio ad una di queste torri che è legata la storia di Messer Filippo, che da secoli ammanta di mistero questo luogo.
In uno spazio molto angusto di un metro e ottanta per un metro, attorno al 1500 venne rinchiuso un prigioniero di presunte origini spagnole. "Felippus" raccontò sulle pareti della sua cella la sua tragica storia d'amore (che lo condusse poi alla morte) e lo fece attraverso scritte e disegni dando vita ad uno dei primi "fotoromanzi" della storia.
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L'interpretazione dei pensieri del prigioniero è ancora oggi materia di studio degli esperti, ma c'è chi ha provato a darne una spiegazione. Tra diversi stemmi nobiliari si muovono i protagonisti di questa storia: Messer Filippo (raffigurato con un archibugio in mano), una bellissima donna dagli abiti molto eleganti, un bimbo, un veliero dalle insegne spagnole ed alcuni strumenti di tortura. Un'altra scena vede la nobildonna tenere per i piedi il bimbo e un'altra donna, con vesti scure, che brandisce una spada in una mano e tiene una testa decapitata nell'altra. Il tutto circondato da versi e parole d'amore a volte di difficile interpretazione.
Tutto questo restò celato ai più fino al 1947 quando, durante i lavori di restauro della torre, in seguito all'abbattimento di una parete, questo luogo di prigionia rivide la luce. Agli occhi dei restauratori si presentò una sorta di murales pieno di iscrizioni e disegni che i funzionari dell'Archivio di Stato tentarono di tradurre: «Io sono Filippo chiamato il diavolino che mai più so stato in prigione ma la mia vita fo martorizzata che de a chosì certamente perché fo meschino non feci a nisiuno male. Signori io stava iqui per li fatti miei e non dava fastidio a nessuno abensongia che ve lo dica che fo respinto da una dona che non ma voluto vedere dipinto ma se io potesse una volta giustizia fare per penetensia glie vorria dire che andasse là donde me lasase stare. Volete vedere che questa è una bella festa che questa dona ma fatto rompere la testa. Donna crudele e ingrata io in lei servire e lei me maltrattare. Le amorose fiamme il core me acende per tuo amore a le cose mia bella se questa infelice vita iqui resta la nostra alo spirto farà da te ritorno. Sempre la sua figura adorerò sempre servo devoto sarò».
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Una vera e propria storia tormentata il cui corrispondente nella realtà dovrebbe non scostarsi da questa interpretazione (che è solo una di quelle fornite): Messer Filippo era, con molta probabilità, un mercante di stoffe giunto a Spilamberto dalla Spagna con il suo prezioso carico di broccati e sete, beni che attirarono l'attenzione della padrona di casa e non furono i soli.
La passione tra Filippo e la nobildonna portò alla nascita di un bimbo che non fu riconosciuto dal signore del castello che immediatamente fece rinchiudere il mercante nella misera cella. Il poveretto per non impazzire subito, usando il nerofumo (la leggenda vuole che sia stato impastato con il sangue dello stesso prigioniero) scrisse la sua versione dei fatti in attesa del boia. "Diavolino" pare non aver ancora trovato pace dato che, nelle notti d'estate, se tendete bene l'orecchio potete sentire ancora i suoi strazianti lamenti.
La storia della rocca procedette e grazie a Guido Rangoni dal 1650 al '60 divenne un "Vago Palazzo", per la ricchezza di arredi e di pitture interne ed esterne. Il cortile diventa sempre più apprezzabile, vengono costruiti la galleria, lo scalone e la sequenza di sale al piano nobile.
Nel '700 il torrione d'ingresso è stato ingentilito da un balcone, mentre il lato verso il Panaro ha mantenuto l'aspetto castellano con merli e caditoie.
Nel 2007 divenne la nuova sede del Museo dell'Aceto Balsamico Tradizionale di Spilamberto, oggi ospitato all'interno di Villa Fabriani. Nel 2011 un restauro ha consentito di riportare all'antica bellezza il Cortile d'Onore ed alcuni spazi ad esso collegati ora sede della Corte del Gusto, vetrina ideale per le eccellenze enogastronomiche del nostro territorio.
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