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Croce di Lampedusa a Modena: «Segno di speranza»

Croce di Lampedusa a Modena: «Segno di speranza»

In città fino al 30 ottobre per riflettere sul dramma migranti Il vescovo: «Prima accogliamoli poi cerchiamo di capire»

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«Prima accogliamo, poi chiediamoci quali siano le cause». È il messaggio lanciato ieri sera da don Erio Castellucci, riferendosi ai migranti. Sono passati tre anni dal naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013, costato la vita a 366 persone: un episodio drammatico, ma non unico. «Negli ultimi tre anni sono morte nel nostro mare 11.400 persone - ha ricordato - cioè cento al giorno».

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L’arrivo della croce di Lampedusa nella chiesa di san Giovanni Battista è un’occasione per riflettere. Come la parabola del buon samaritano, letta ieri sera durante la messa nella parrocchia. «Sembra la storia dei nostri giorni - ha aggiunto don Erio - un uomo bastonato dai briganti è la cronaca quotidiana». C’è di più. «È la condizione stessa dell’uomo - ha chiarito il vescovo - specialmente dell’uomo che si trova in situazioni di violenza e deve sfuggire». Nel passaggio del Nuovo Testamento il riferimento a chi non accoglie, pur seguendo le norme. Poi c’è il samaritano, lo straniero. «Non si ferma per compassionare - ha spiegato il vescovo - o per dire una parola buona, ma si ferma pagando di persona. Sceglie il posto, lo cura, gli dà il denaro. Fa un progetto, non dà semplicemente un soccorso immediato».

Visibile fino al 30 ottobre, la croce benedetta da papa Francesco non ha il Cristo. «È un motivo di speranza - ha aggiunto don Erio - anche se lì sopra vi sono i volti di tutti coloro che patiscono ingiustamente. Non ci rassegniamo. Non serve rimestare i sensi di colpa: sarebbe facile e banale». Va superato il senso d’impotenza. «Anche noi potremmo essere le persone dall’altra parte», ha ammonito il vescovo. In fondo, lo siamo stati. «Dalla metà dell’Ottocento milioni di italiani sono migrate - ha ricordato don Erio - è una popolazione quasi pari a quella attuale».

La domanda diventa quindi cosa può fare ognuno di noi. «Una città come Modena si deve interrogare sul livello di accoglienza che offre a queste persone - ha esortato Federico Valenziano, formatore Charitas - perché l’accoglienza in famiglia fatica a decollare. Solo se costruiamo una cultura dell’ospitalità allora la soluzione è possibile. Dopo la seconda guerra mondiale l’altro è diventato ospite da nemico. Non possiamo tornare indietro».

In programma eventi artistici e culturali. «Sarà un momento d’incontro spirituale - ha anticipato Marco Nardini, curatore del progetto con Yasemin Keskin - con una lettura dei temi legati all’immigrazione». Gabriele Farina

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