Gazzetta di Modena

Modena

Khadija, musulmana a Modena : «Uso il velo integrale un dovere per ogni donna»

di Gaetano Gasparini
Khadija, musulmana a Modena : «Uso il velo integrale un dovere per ogni donna»

«So di provocare disagio girando per strada, io lo provo per gli abiti discinti delle italiane» «Il femminismo? Occuparsi della famiglia, della casa, essere trattata da regina dal marito»

6 MINUTI DI LETTURA





MODENA. «Di norma sono le donne particolarmente belle a portare il niqab per evitare di attirare gli sguardi maschili per strada, oggi coloro che lo portano vogliono esprimere una fede più profonda e una vita integralmente dedicata ad Allah, come nel mio caso» dice Khadija che porta il nome della prima moglie di Mohamed, una ricca mercante meccana che fu fra le prime seguaci del Profeta.

[[atex:gelocal:gazzetta-di-modena:modena:cronaca:1.14199708:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.gazzettadimodena.it/modena/cronaca/2016/10/05/news/musulmane-2-0-a-modena-senza-velo-ma-la-fede-non-cambia-1.14199708]]

È di origine marocchina, da una ventina d'anni risiede in Italia, ha seguito il marito Ahmed (nome di fantasia per privacy), un uomo marocchino di 50 anni operaio prima nelle fabbriche bergamasche e poi in quelle tessili a Carpi. A 42 anni Khadija ha deciso di abbandonare il foulard semplice, l'hijab, e mettere il niqab. Ha scelto come istante l'inizio dello scorso Ramadan a giugno, mese di passione e di fede per i musulmani del mondo intero. Dietro a questa scelta drastica, il desiderio di “invocare la misericordia di Allah” - dice Khadija, affinché la sua coppia, ancora senza figli, possa fondare una famiglia. La fede e la preghiera per sopperire a problemi di fertilità.

[[atex:gelocal:gazzetta-di-modena:site:1.14199702:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadimodena.it/image/contentid/policy:1.14199702:1650033447/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

IL VELO NERO. Il niqab di Khadija è quel velo nero che copre l'intero viso lasciando una fessura all'altezza degli occhi. Il porto di questo velo integrale, in Europa oggi, è considerato il segno distintivo della radicalizzazione islamica, la parte visibile dell'iceberg di una porzione seppur piccola di musulmani che rifiutano qualsiasi compromesso con il paese di residenza e promuovono nei quartieri etnici una auto-ghettizzazione comunitaria per preservarne le supposte virtù superiori di purezza e rettitudine morale.

Con il niqab, Khadija indossa il jilbab nero, una tunica ampia che nasconde le forme del corpo e che scende fino a sotto le caviglie, alle mani ha dei guanti neri di velluto. Non ha un centimetro di pelle scoperta ed è vestita integralmente di nero. Siamo molto lontani dalla realtà delle giovani e creative musulmane di Verde Jennah. Khadija non va al bar, non beve in compagnia con estranei e soprattutto di uomini a cui non stringe mai la mano. «Le donne che si profumano sono delle fornicatrici, cosi anche quelle che usano lo smalto per le unghie e quelle che portano gioielli, le donne devono coprirsi, essere sobrie e ubbidire al loro marito», dice Ahmed.

«E' sconveniente per una buona musulmana uscire da sola per strada, deve sempre esserci il marito o un parente maschio ad accompagnarla», aggiunge. Vietato ogni vezzo, ogni tentativo di distinguersi: l'uniforme è il velo integrale, il colore è il nero.

IL DISAGIO. Khadija non vive bene le tradizioni locali: «Da sola o in compagnia mi sento comunque a disagio in mezzo a gente che puzza di maiale e di alcol o a ragazze in abiti discinti, prima di portare il niqab non mi vestivo certo così». Ahmed con la barba scura e incolta e le sopracciglia pronunciate annuisce, severo, alle parole della moglie che arrivano quasi sottovoce. Abitano in un appartamento di un palazzo popolare alle porte di Carpi, dove convivono famiglie di origine meridionale e nuovi migranti africani e asiatici.

«So l'effetto che faccio con il niqab addosso ma la violenza mi fa ribrezzo, i metodi dell'Isis mi fanno orrore. Io non mi considero per niente un'estremista: per me non esiste un Islam radicale e un Islam moderato, esiste l'Islam e basta», dice la donna.

L'interno della casa di Ahmed e Khadija è scarno ma pulito. Sui muri ci sono i poster incorniciati con le immagini della Kaaba e quadri di paesaggi bucolici e altri con dei versetti del Corano elegantemente calligrafati. Nessuna rappresentazione umana come nell'usanza dei rigoristi islamici che per evitare ogni rischio di idolatria hanno imposto alle arti questo divieto e ridotto l'arte islamica alla geometria, alla calligrafia e alle nature morte. Per Khadija la Venere di Milo è un'opera blasfema «perché rappresenta la nudità di un Dio pagano», cosi come la Vittoria di Samotrace con il seno libero o i Bronzi di Riace. Questa tendenza alla chiusura in sé stessi si esprime anche in termini culturali. «Io non entro mai in una chiesa, non mi interessa se ci sono capolavori inestimabili, non è la mia religione».

PREGHIERA VIA SATELLITE. Da Khadija, in sottofondo si sente la litania delle preghiere che esce da un televisore al plasma collegato con le reti satellitari saudite che trasmettono immagini della Mecca e sermoni di autorevoli imam. La separazione dei sessi tipica delle moschee arriva fino in casa di questa coppia di musulmani molto osservanti: nel salotto c'è una cortina che viene usata quando Khadija ospita le amiche per il thé, o viceversa quando Ahmed invita i suoi amici. Khadija ripete che la sua è una scelta individuale e che il porto del niqab è incompatibile con il lavoro negli stessi paesi islamici:«La mia libertà è quella di portare il velo, il mio femminismo è occuparmi della famiglia e della casa, essere trattata come una regina da mio marito e non lavorare».

NESSUNA MOSCHEA. Khadija e Ahmed non frequentano nessuna moschea e hanno pochi amici. Sono dei salafiti quietisti, non violenti. Il salafismo è oggi l'espressione più intransigente dell'Islam. La parola deriva da “salaf” che significa “antenati” in arabo e si riferisce ai “tempi d'oro” dell'Islam. Gruppi come al Qaeda e Isis si richiamano a livello dottrinario proprio a questa corrente che in sé non promuove il jihad ma fornisce un'interpretazione letterale dei testi sacri, decreta l'inerranza del Corano e la superiorità delle sue leggi su qualsiasi altra fonte. In Europa i suoi seguaci si infiltrano nelle piccole moschee di periferia delle grandi metropoli ma rappresentano una visione molto minoritaria. A Modena non viene praticata ufficialmente in nessuno dei 12 centri islamici presenti sul territorio. Può capitare però che a livello individuale alcune loro idee convergano con quelle di alcuni fedeli di indirizzo più conservatore su materie quali la democrazia, la laicità, la modernità e l'islamizzazione inevitabile dell'Europa in maniera pacifica sotto il peso demografico delle generazioni immigrate. Questo è il progetto infatti dei salafiti quietisti, non il kalashnikov.

SEMPRE IN CASA. Di donne come Khadija ne risiedono una decina a Carpi. Escono raramente, non ascoltano musica fatta con strumenti ma è loro concesso ascoltare canti coranici, perché “fra le note degli strumenti si nasconde Satana”, dice Khadija, quindi neanche le discoteche sono un'opzione, ogni contesto di promiscuità sessuale è scoraggiato dall'Islam rigorista.

Ma non vanno neanche al ristorante perché le regole alimentari islamiche squalificano tutte le pizzerie di Modena e provincia. “Il problema non sono tanto i salumi ma è lo strutto che usano dappertutto”, osserva Khadija. Una vita difficile di semi-clausura dedicata ad Allah. Negli attimi fuori dalle mura di casa impossibile non attirare l'attenzione. “Mi chiedono se sono una terrorista. Le cassiere del supermercato mi sfottono: è penoso sentirle ridacchiare, per loro mi vestirei con dei sacchi della spazzatura. Ma l'unico episodio che mi è dispiaciuto veramente, da quando ho deciso di indossare il velo integrale, è quando una bambina per strada si è messa a piangere al mio passaggio”.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google