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Musulmane 2.0 a Modena, senza velo ma la fede non cambia

Musulmane 2.0 a Modena, senza velo ma la fede non cambia

Storia di Kenza, Diana e Fouzia, che per scelta non indossano chador o hijab «Il problema è la percezione che gli altri avrebbero di noi, anche sul lavoro»

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Sono le seconde generazioni senza velo che studiano nelle nostre università. Hanno fra i 22 e i 29 anni e sono cittadine italiane, sono rispettivamente di origine algerina, siriana e marocchina. Si chiamano Kenza Righi, Diana Kassem e Fouzia Tnatni. Sono trilingui, figlie di operai molto osservanti e casalinghe velate.

Credono in Allah e negoziano ogni giorno un compromesso fra la loro sensibilità religiosa e il mondo che le circonda, in bilico perenne fra modernità occidentale e ripiego identitario.

IL RITRATTO. Non sono frequentatrici di nessuna delle 12 moschee presenti sul territorio modenese né appartengono alle organizzazioni giovanili islamiche ad esse legate come i Giovani Musulmani d'Italia (Gmi) e Partecipazione e Spiritualità Musulmana (Psm). Rivendicano la libertà individuale e la laicità dei costumi ma allo stesso tempo seguono il digiuno di Ramadan e pregano in privato: «Stendo il mio tappetino in camera mia in direzione della Mecca e prego da sola», dice Kenza. La loro voglia di libertà è rivendicata sia che una ragazza si vesta “all'occidentale” sia che scelga il niqab, il velo integrale: «Perché non lede i diritti di nessuno, non capisco queste resistenze, sembra quasi che in Occidente esista il diritto a scoprirsi ma non quello al pudore», continua la ragazza.

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Kenza, Diana e Fouzia hanno caratteri molto diversi. Kenza si dimostra molto cauta e riservata e le sue parole celano talvolta un senso di colpa: «Non voglio essere presa a modello come donna musulmana in Occidente perché una donna credente porta sempre il velo, punto. Sono io ad essere imperfetta ma la mia intenzione è quella di arrivare gradualmente al velo».

I CARATTERI. La pensa così anche Diana, una ragazza modenese di origine siriana di 23 anni. È la più studiosa del trio, laureanda in Scienze Politiche, ha un’opinione più articolata del momento storico in corso: «Non è pensabile portare il velo alla mia età, in un'epoca come la nostra, in un posto come questo. Sono tempi molto duri, c'è l'islamofobia che cresce e non si trova lavoro: presentarsi con il velo ad un colloquio significa partire squalificati», osserva Diana.

Fouzia, una ragazza carpigiana 29enne di origine marocchina, studentessa in pedagogia, rappresenta l'esuberanza delle seconde generazioni che si buttano nella mischia senza troppi complessi.

Questa ragazza con i capelli afro, lo smalto sulle unghie, i tatuaggi e un piercing al naso rappresenta una sintesi multiculturale tipica delle nostre terre: al rispetto della religiosità dei genitori e della spiritualità individuale, Fouzia combina un antifascismo tipicamente emiliano, frutto della sua militanza nel mondo dell'associazionismo locale come il Movimento Non Violento e la banda popolare i Violenti Piovaschi di Carpi. «Sono innamorata dei canti popolari partigiani e dei cantautori italiani, soprattutto Fabrizio De André per il quale ho una specie di venerazione», dice sorridendo la musulmana progressista che ha scelto di “vivere all'occidentale” nonostante le obiezioni familiari e un certo stigma della comunità: «Non me ne preoccupo, ma vivere all'occidentale per me significa intrattenere relazioni costruttive con il mondo che mi circonda e soprattutto lavorare».

Fouzia lavora da quando era ragazzina e racconta di quanto è stato difficile per i genitori accettare questa scelta, che è poi un'esigenza: «Pago io la retta dell'università e ho spesso lavorato come barista e cameriera in locali notturni».

Fouzia non veste in minigonna ne con scollature ma non rinuncia a niente: «Frequento le discoteche, le feste, gli aperitivi, i cinema e quando vado al mare o in piscina mi metto in bikini», dice la giovane.

SEGNI DISTINTIVI. Più conservatrici sono Kenza e Diana. Se quest'ultima si vieta categoricamente di uscire in discoteca e di andare al mare o in spiaggia, Kenza si sforza di raggiungere un compromesso: «Fermo restando che il burkini al mare o in piscina mi sembra una valida alternativa per le donne molto religiose, io indosso sempre un costume olimpionico con sopra dei pantaloncini corti».

Per la socializzazione Kenza e Diana optano per il cinema, lo shopping e le uscite a pranzo o a cena fra amiche: «Ma cerco sempre di selezionare il ristorante in cui andare, di solito si finisce per andare al vegetariano ma almeno si mangia halal», dice Kenza.

LA PREGHIERA. Diana compie il digiuno del Ramadan dall'età della pubertà: «A parte il velo sono indistinguibile da una buona musulmana con l'hijab, ma è per realismo che ancora non lo porto – spiega – se avessi la certezza di ottenere un lavoro dopo la laurea non ci penserei un attimo a coprirmi». Anche Kenza dimostra la setssa frustrazione: «Ho pensato mille volte a mettermi il velo ma ancora sono incerta, non tanto per la mia fede ma per la percezione degli altri davanti a questa scelta che molti considerano radicale: per me non esiste un Islam estremo o violento, i miei genitori sono dei musulmani praticanti con una concezione della vita e del mondo profondamente pacifica».

LE ABITUDINI. Niente discoteca e niente sesso prima del matrimonio per Kenza e Diana che frequentano raramente e solo durante le feste la moschea di via delle Suore, la più antica e popolata di Modena: «Quando andiamo in moschea ci mettiamo per forza il velo e ci andiamo per pregare in comunità», dicono le due ragazze che sperano un domani di sposarsi con un buon musulmano ma non in stato di poligamia: «Non accetterei mai di essere la seconda o terza moglie di qualcuno ma sposerò un musulmano, non importa la sua origine ma deve credere e pregare», dicono le due giovani.

A Modena e provincia, dove risiedono circa 30mila musulmani, si riflettono le differenze e le correnti culturali presenti oggi all'interno del mondo islamico, un arcipelago eterogeneo in cui posizioni più conservatrici convivono con tendenze più laiche e progressiste. Così se le ragazze di Verde Jennah rappresentano un tentativo concreto di adattare lo stile di vita tradizionale alle circostanze di una società occidentale, Khadija e suo marito esprimono invece l'inclinazione a vivere integralmente la propria religione in un contesto non-islamico richiudendosi su se stessi.

Mentre Kenza, Diana e Fouzia sono quelle seconde generazioni che più per necessità che convinzione hanno deciso di non portare l'hijab. Ma non per questo si sentono meno musulmane.

Gaetano Josè Gasparini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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