Liliana Cavani “debutta” al Comunale
Lo spettacolo diretto dalla regista carpigiana inizia il tour in città: «È una storia che mi ricorda le scelte di Mamma Nina»
di Valeria Cammarota
Filumena Marturano, la commedia capolavoro scritta da Eduardo De Filippo nel 1946 e dedicata alla sorella Titina, dopo essere stata presentata in anteprima al 59° Festival dei Due Mondi di Spoleto lo scorso 1° luglio va in scena, oggi e domani, al Teatro Comunale di Carpi.
È il debutto di Liliana Cavani nella regia della prosa teatrale: insieme a lei, Mariangela D’Abbraccio - Filumena - e Geppy Gleijeses - lo spavaldo don Mimì. Filumena Marturano e Domenico Soriano, lei caparbia, ostinata, con un passato di lotte, decisa a difendere il destino dei suoi figli; lui borghese, “cazzaro” come lo ha definito la Cavani stessa, fiaccato dagli anni che passano e dalla malinconia dei ricordi. Ma è soprattutto la storia di un grande amore.
La commedia porta al pubblico il tema, scottante in quegli anni, dei diritti dei figli illegittimi: il 23 aprile 1947, infatti, l’Assemblea Costituente approvò l’articolo che stabiliva il diritto-dovere dei genitori di mantenere, istruire ed educare anche i figli nati fuori dal matrimonio. «Il teatro di Eduardo è popolare - spiega Liliana Cavani - intendendo il termine nella sua accezione migliore. Questa è una delle cose più belle che ha scritto Eduardo, forse la più bella e il teatro popolare di costume ha un uso antico, parla di fatti sociali, ha una funzione pedagogica fondamentale: esso rappresentava l’etica raccontata al pubblico, era un modo di educare, di riflettere insieme».
E Filumena.. «Medea ammazza i propri figli - racconta la Cavani - Filumena è l’opposto: fa tutto per loro, è onesta con se stessa, ci crede, risparmia in vita, in affetto, in fiducia: è un personaggio stupendo. Quante donne fanno questo? A Carpi, c’è uno strano istituto, che porta il nome di Mamma Nina, una donna che aveva una famiglia cattolica benestante, cinque figli che, a un certo punto, negli anni '30, affida ai fratelli per occuparsi delle figlie delle puttane. Affitta con un’amica un appartamento e crea un istituto dove accoglie le ragazze e le porta al matrimonio o a una professione. Mio zio sposò una di queste ragazze, so molte cose. Filumena è l’anti Medea, come Mamma Nina. Colpisce al cuore questa storia, dunque deve essere recitata credibilmente: Filumena si dischiude, racconta ai figli da dove viene, a loro la decisione di accettarla o meno, l’importante è che abbiano una loro collocazione nella vita. Si mette con una persona conosciuta al casino, un uomo benestante che può vivere di rendita e non si pone nessun problema, che le vuol bene come lo vorrebbe a un cane, una gatta: il percorso del testo porta anche alla maturazione di quest’uomo, che si capovolge. L’idea di sentirsi chiamare “papà”, alla fine, lo sconvolge. E’ disposto a sposare Filumena, purché gli dica chi, dei tre, è suo figlio: per lei sono tutti uguali, guai se gli desse risposta, perché lui rimarrebbe uguale a se stesso».
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