Quando Modena abbracciò i bimbi in fuga dalla miseria
In un convegno rievocata l’accoglienza dal ’46 al ’52 per i figli di famiglie poverissime da Roma, Napoli e Istria
Tante storie di destini in bilico, di quelle che sarebbero piaciute a Giovanni Guareschi, con i bambini accompagnati in chiesa dal sindaco comunista per seguire catechismo e messa. E con il parroco che scrive sull’Unità che i bambini mandati a Carpi e Modena stanno bene, sono nutriti e curati dalle famiglie come se fossero i figli propri.
Eppure neanche lo scrittore e giornalista che creò il personaggio di don Camillo sarebbe stato capace di immaginare le mille vicende umane, reali, che s’intrecciarono nella Modena poverissima del dopoguerra ma comunque ansiosa di ricucire le ferite, di aiutare chi era rimasto senza nulla.
Com’è stato ricordato nel convegno di ieri organizzato con Udi e ISR, in quella gara di aiuti umanitari senza frontiere sociali e ideologiche Modena fece la parte del leone assieme a Reggio e Bologna.
Nella nostra provincia arrivarono in gran parte da Roma e Napoli, ma non bisogna dimenticare neppure quelli venuti dalle città bombardate del nord come Milano e Torino e i 1200 piccoli istriani ospitati tra Ghirlandina e Po da famiglie che accudirono bimbi e bimbe dai 6 agli 11 anni. In pochi mesi ne arrivarono 4500.
L’idea, nata nel 1946 da una reduce milanese di un campo di concentramento, poi protagonista dei Gruppi Autodifesa Donne e dell’Udi, coinvolse migliaia di famiglie e alle fine si contarono 70 mila minori in tutta la regione aiutati con cuore e passione, tenendo conto anche di quelli arrivati dopo l’alluvione del Polesine.
A Modena i primi 1200 arrivarono il 21 gennaio 1946 e di questi 755 vennero smistati a Carpi e 450 a Mirandola. Normale che trovassero posto in campagna, dove c’era almeno da mangiare. Le famiglie erano state selezionate in base alla disponibilità ad accogliere i bambini; uno per famiglia, perché più di una bocca da sfamare sarebbe stata un problema. Il periodo non poteva essere peggiore, quasi tutti vedevano i “Treni della felicità” (come furono ribattezzati i convogli speciali solo per i bambini) per la prima volta e si trovavano spaesati, con dialetti e volti che non conoscevano.
Esponenti del Pci, dell’Anpi, le loro organizzazioni assieme all’Udi, garantirono per oltre mille giorni casa, cibo, scuola e anche vaccinazioni a chi si portava dietro paura e i pochi panni che portava addosso.
Le loro vicende sono state rievocate a più voci dalla storica Paola Nava, Laura Piretti (dirigente Udi), Tito Dotti di Cavezzo, Antonio Canovi (Unimore), Tiziana Mazzelli, Anna Righi Bellotti e altri che hanno rievocato un’accoglienza fatta di gesti semplici e diretti. Anche l’esperienza della colonia montana di Monfestino, ad esempio, è stata ricordata come esempio positivo di accoglienza partita dal basso.
In pratica come avveniva la selezione? Una volta scesi dal treno e radunati per gruppi, a seconda dei paesi dov’erano stati destinati, erano le famiglie che sceglievano tra i nuovi arrivati chi potevano ospitare. Non ci fu mai contestazione; anzi, i rapporti diventarono spesso stretti, con molti di loro che sentendo nel calore della nuova famiglia un affetto sconosciuto, tornarono anche nelle estati successive, sino a radicarsi nelle nostre terre.
Una “romanina”, come venivano chiamate le ragazzine arrivate della Capitale, è tornata tante volte che ha finito per sposare un carpigiano ed è rimasta per tutta la vita nella città dei Pio. «Ero figlia di una ragazza madre - ha raccontato Franca Pesce - ed eravamo in dieci in una stanza dalle parti di S.Pietro, in un caseggiato di dodici famiglie come la nostra e con un solo bagno. Partimmo in tre, e visto che ero la più piccola restai a Carpi anche i primi due anni di scuola prima di tornare a casa. Mia madre conobbe la donna che mi aveva cresciuto, tutta la sua famiglia; la invitarono a Carpi assieme a mia nonna, pagandole il viaggio. E quando dicevo “mamma” si voltavano in due. E oggi sono felice di essere rimasta, orgogliosa delle mie due radici».
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