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Da Modena in Palestina per una sfida di pace

di Gabriele Farina
Da Modena in Palestina per una sfida di pace

Otto giovani modenesi a Wadi Fukin per lavorare nei campi con la gente del posto

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MODENA «Coltivare i campi per stringere legami». È la sfida compiuta da otto modenesi. Dal 31 luglio al 21 agosto sono stati a Wadi Fukin, un villaggio a otto chilometri da Betlemme.

Quasi 2016 anni fa una grotta lì vicino ospitò un evento simbolo per i cristiani. Oggi israeliani e palestinesi sono alle prese con una difficile convivenza. «Gli israeliani fanno passare le acque di scarico sui campi - ha denunciato Fabio Arletti, componente della spedizione - e fanno saltare i pozzi dei palestinesi; sradicano gli ulivi, tagliano le secche e li saccheggiano». All’inizio i viaggiatori sono stati accolti con diffidenza perché scambiati per coloni israeliani. Coloro che li hanno accolti subito, in genere, sono stati i bambini. Parlavano loro prevalentemente in arabo, ma trovavano il modo di farsi capire. Ripetevano i loro nomi, giocavano con loro a pallone; si affezionavano talvolta spinti alla ricerca di una “normalità diversa”.

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«In quei luoghi i ragazzi sotto i venti anni sono fermati spesso - ha raccontato Takwa Haddad - una bambina nel campo profughi di Betlemme mi ha chiesto “puoi essere mia sorella?”. Aveva il fratello in prigione. Capita che ai checkpoint sparino a un ragazzo o una ragazza mentre estraevano la carta d’identità durante un controllo».

Per due giorni gli esploratori di casa nostra hanno visitato Gerusalemme. «Colpisce il fatto che non passano più di quattro minuti senza vedere soldati in giro», ha assicurato Marcelo Pignataro, dottorando in Chimica. «Non c’è un muro tra la parte est (palestinese) e ovest (israeliana) - ha ripreso Fabio - ma la prima è militarizzata, un po’ come Parigi dopo l’attentato. I soldati israeliani con il mitra sono dappertutto». «Sulla carta Gerusalemme non dovrebbe essere né israeliana né palestinese - ha spiegato Takwa - ma l’amministrazione è israeliana. Ho realizzato il sogno di entrare nella moschea di Al Aqsa, la terza più importante dopo La Mecca e Medina. Per i cittadini arabi è difficilissimo arrivarci».

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Durante il viaggio è servita la formazione compiuta in Italia grazie al progetto Overseas. «All’inizio noi donne avevamo il velo - ha aggiunto la giovane - poi ce l’hanno fatto togliere. Anche loro non lo portano obbligatoriamente».

«Molte lo avevano per una questione culturale - ha riconosciuto Marcello - nelle grandi città vedevi anche le ragazze in shorts». Le feste per i matrimoni sono ancora separate sia per l’addio al celibato sia al ricevimento dopo le nozze. «Essendo tutte donne le ragazze velate si toglievano il velo - ha raccontato Takwa - e avevano abiti stupendi». «Gli uomini si danno a una danza molto potente - ha fatto eco Fabio - nella quale ballano tutti. Non ci sono fuochi di artificio, ma si è euforici. Per loro è importante staccare la spina». Già, perché la quotidianità è fatta di una «resistenza quotidiana».

Quotidiana era anche l’accoglienza. «Ci siamo ritrovati a collaborare con l’associazione delle donne - ha detto Takwa - che producono le conserve per il villaggio. Nelle ultime sere abbiamo incontrato alcuni ragazzi di Wadi Fukin: ci hanno spiegato che faranno attività ricreative per i bambini». Riempite le valigie di cibo e ricordi, è già allo studio una ricostruzione per Modena. «Qualche anno fa abbiamo creato un check-point in piazza Mazzini - ha ricordato Takwa - con ragazzi vestiti da miliari. L’impatto è stato fortissimo. Come Giovani musulmani d’Italia abbiamo fatto anche un flash mob con armi finte».

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