Gazzetta di Modena

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Tutti in campo contro le diversità

di Gabriele Farina
Tutti in campo contro le diversità

Lo sport come linguaggio comune tra chi ha un disagio psichico o chi deve inserirsi. Abate: «Esempio di vera integrazione»

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Un’invasione di colori a Saliceta. Il verde dei campi della polisportiva è un segno di speranza per gli atleti. Indossano divise differenti e hanno storie diverse; tuttavia, sono accomunati da un desiderio semplice come dare quattro calci a un pallone. Per loro giocare al torneo organizzato ieri è un modo di divertirsi ed esprimersi al meglio. Alcune persone hanno forme di disagio psichico, ma è come se lo dimenticassero sul terreno di gioco; altre hanno attraversato il Mediterraneo in condizioni rischiose e si stanno integrando nella realtà modenese. L’integrazione con lo sport è l’obiettivo dichiarato di “Buttala dentro o sei fuori”, la competizione a cui prendono parte. Rientra nel Màt, la Settimana della Salute mentale, ed è ben più di un esperimento.

«L’evento dà continuità all’attività settimanale che svolgiamo - riconosce Andrea Abate, referente Uisp Modena - con vari centri di salute mentale. Seguiamo almeno un centinaio di persone alla settimana nei vari territori e con diverse discipline. Lo sport permette di creare integrazione a 360°, di far festa, di stare insieme, di cercare un percorso di recupero più rapido». Un fine che ha risvolti positivi per la salute delle persone, il benessere (e le tasche) della collettività. Osservare i giocatori muoversi senza etichette (paziente, migrante, medico…) in serenità fa pensare, per contrasto, alle liti fuori e dentro i campi viste altrove. Spesso sono provocate da persone “normali” o “perbene” agli occhi comuni. «Con i ragazzi della salute mentale si lavora benissimo e ci si diverte - riprende l’intervistato - sono persone gradevolissime da cui c’è soltanto da imparare».

Imparano presto i giovani seguiti dalla cooperativa Caleidos. Sono giunti in Italia per crearsi un futuro; partecipare al torneo della salute mentale è per loro un’occasione di crescita. «Anche i ragazzi della salute mentale sono bravi - riconosce un cuoco originario del Senegal, 28 anni, da 20 mesi a Modena - perché non parlo italiano e per me è importante parlare con loro. Senza conoscere la lingua non si trova lavoro». «I ragazzi della salute mentale sono bravi - aggiunge un aspirante calciatore nato in Gambia 21 anni fa - perché ti aiutano a parlare italiano. È difficile trovare un lavoro. Mi piacerebbe lavorare in un ristorante ed essere un calciatore». Passione condivisa da un aspirante elettricista. «Mi piace tanto il calcio - riconosce il 22enne, nato in Senegal - e mi piace giocare con loro. Gli operatori della Caleidos mi aiutano per il mio futuro». Parole così fanno riflettere sul futuro dell’accoglienza a Modena. L’altro ieri l’assessore al Welfare, Giuliana Urbelli, ha garantito che esiste un rischio di blocco del sistema «perché non vengono pagati i gestori». Una realtà confermata sia da Caleidos sia da L’Angolo, i due enti che accolgono i migranti sul nostro territorio. Come spiega Abate (parlando del Màt), «si spera che l’impegno continui quando si spengono i riflettori».

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