Cyberbullismo, a Modena fenomeno in espansione
Una tavola rotonda con il Centro antimobbing, psicologi, insegnanti ed esperti «Bisogna dialogare, le vittime reagiscono quando non si sentono più sole»
«Il bullismo è una forma di potere sull'altro. La prevenzione va fatta in giovane età: molto prima dell'adolescenza». A parlare è Letizia Giello, presidente del centro antimobbing “Rodolfo Degoli”. «L'età in cui si riscontrano atti di questo genere si abbassa sempre più - ha ripreso Giello - fino a verificarsi già alla scuola elementare». Innanzitutto, va chiarita una questione. Perché il centro antimobbing si occupa di bullismo? «Il bullismo è una forma di mobbing - ha risposto l'intervistata - e i cosiddetti bulli non sono altro che dei “mobber” in erba. Intervenire da piccoli attraverso l'educazione al rispetto degli altri è essenziale; dopo, si possono solo arginare i danni». Di queste attuali tematiche si è discusso ieri mattina al palazzo dei Musei. Cosa emerge da recenti statistiche? Secondo dati Istat (Report sul bullismo in Italia, 2014) un ragazzo su due, tra quelli intervistati, avrebbe subito atti di bullismo nei dodici mesi antecedenti l'indagine. Più del 50%, dunque, degli adolescenti presi in esame ha subito comportamenti offensivi da parte di un coetaneo. Il campione considerato riporta le risposte di 4.500 giovani di età compresa tra gli undici e i diciassette anni. La ricerca fa un'ulteriore precisazione: il 19,8% di coloro che hanno partecipato all'indagine è vittima di bulli più volte al mese. La stima si abbassa al 9,1% quando le vessazioni hanno frequenza settimanale. Modena come si qualifica? «Ci sono delle differenze territoriali - ha spiegato Giello - cioè i comportamenti di bulli avvengono con maggior frequenza nelle città del Nord Italia, rispetto a quelle centro-meridionali. Tuttavia, Modena si uniforma alla media nazionale».
«Il problema c'è - ha detto Alberto De Mizio, dirigente scolastico del Cattaneo-Deledda e del Venturi - ma nelle scuole dove presto servizio ci sono stati rari casi, in particolare di cyberbullismo. In generale, posso dire che il metodo del colloquio, attraverso l'ascolto dei diretti interessati, e del confronto ha sempre dato esiti positivi. Anche la famiglia viene messa al corrente. Inoltre, il personale scolastico deve essere formato e deve saper riconoscere i comportamenti scorretti». La psicoterapeuta Laura Cervone. «È importante far dialogare le parti: gli spettatori, il bullo e la vittima - ha detto la dottoressa - perché solo cambiando i ruoli si può cambiare il sistema in cui si sono verificati atti di bullismo». Un sistema composto da più “attori”. «Le vittime reagiscono - ha concluso Luca Bollati, psicologo - quando non si sentono sole. La scuola può lavorare in questo senso, cioè rimettendo in relazione la socialità».
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