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Nek: «Io amo la mia Sassuolo e non ci rinuncio»

di Silvia Marchetti
Nek: «Io amo la mia Sassuolo e non ci rinuncio»

«Il richiamo delle radici è troppo forte E tutto cominciò all’oratorio don Bosco...»

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Filippo Neviani, in arte Nek, non perde occasione per dichiarare tutto il suo amore per Sassuolo e le sue origini. Gli anni passano, il successo aumenta e gli impegni musicali e televisivi lo costringono spesso a stare lontano da casa. Eppure il cantautore e musicista si sente sempre più legato alla sua terra e, appena può, torna ai suoi sapori e alle sue bellezze.

In questa lunga chiacchierata, Nek si racconta a cuore aperto, tra curiosità e ricordi, i vecchi amici ritrovati, la perdita del padre, la famiglia e la passione per il calcio.

E il legame per la sua città lo mostra sempre con orgoglio ad ogni occasione, nelle interviste o alle trasmissioni alle quali partecipa nel suo girovagare per l’Italia.

Filippo, come stai?

«Vuoi la verità? Non tanto bene. Ho la febbre e sono raffreddato da giorni. Ma niente di grave».

Troppi impegni in questo periodo, vero?

«L'uscita del nuovo disco, Unici, mi sta portando a viaggiare e ad incontrare migliaia di persone in tutta Italia. Però va bene così. E' un periodo stupendo».

Riesci a ritagliarti un po' di tempo libero, magari per tornare a Sassuolo?

«Io devo tornare a Sassuolo! Perché è casa mia. La pelle chiama. E il richiamo delle radici è troppo forte. Non posso farne a meno. A differenza di tanti miei colleghi, io sento in modo viscerale da dove provengo e non perdo occasione per parlare, con orgoglio, delle mie origini. Viaggio tanto, macino chilometri, ma solo nella mia bella provincia mi sento a mio agio e sono felice. Con i suoi sapori e i profumi della tradizione. Penso alla mia casa in campagna, all'immancabile giro in bicicletta e alle lunghe passeggiate con mia figlia».

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Quali sono i luoghi simbolo, i tuoi punti di riferimento in città?

«Prima andavo sempre al bar in centro, purtroppo ora non c'è più. Al suo posto c'è un negozio di scarpe. Mi concedo sempre un giro in via Ciro Menotti: ricordo che da ragazzino facevamo le vasche lungo quella strada. Era il luogo dove poter conoscere le ragazze e fare vita sociale. E poi amo il parco Contessa, che è vicino casa mia. Uno spazio verde in cui posso rilassarmi e godermi la famiglia».

Come è oggi Sassuolo rispetto a quando eri ragazzo?

«Io la amo tutta. Certo, negli anni l'ho vista migliorare in certi aspetti e peggiorare in altri. Mi piace il fatto che i ragazzi della città stiano facendo tanto per valorizzarla e renderla più viva, soprattutto la sera. Fino a poco tempo fa non trovavi più nessuno in giro la sera, tutto spento già alle 19.30. Ora è molto più illuminata e ricca di iniziative. Mi piange il cuore, però, vedere la fine che ha fatto il Teatro Carani. Il vile denaro, come al solito, ha bloccato i lavori di restauro».

Che ricordi hai degli inizi della tua carriera?

«La prima fotografia che mi viene in mente risale agli anni Ottanta, scattata all'oratorio Don Bosco. Sotto avevamo delle sale prova molto belle ed è stato lì che ho mosso i prima passi con la mia band. Dal coro della chiesa alle cover dei Police, fino ai primi brani inediti. Che periodo pazzesco!»

Ti capita di rivedere i tuoi vecchi amici della band?

«Certo! Ci siamo rivisti anche di recente, in zona oratorio. Abbiamo parlato proprio del fatto che eravamo ad un passo dal poter fare successo insieme, come band».

Poi cosa è successo?

«Eh, la vita ti porta a fare determinate scelte. Hanno preferito dedicarsi alla famiglia e agli affetti. Non se la sono sentita, insomma».

Mentre tu sei diventato Nek.

«Ho cominciato la mia carriera solista e sono arrivati i primi contratti e il successo. E' andata bene. Ancora oggi i miei amici mi chiedono come ci si sente ad essere famoso, a fare musica ad alti livelli. Sono molto curiosi».

E forse anche un po' invidiosi.

«Non lo so, non credo. A Sassuolo mi trattano come una persona normale, che è quello che sono. C'è un rapporto bellissimo con tutti i miei concittadini. Mi proteggono molto perché sono un loro figlio. Per loro sono Filippo».

Filippo Neviani, figlio di Cesare. Hai definito tuo padre "il tuo eroe" e nel nuovo disco gli dedichi una canzone.

«La perdita di mio padre è stata un duro colpo. Ma grazie all'affetto di mia figlia e alla fede, ho accettato la realtà e l'ho trasformata in un'occasione di crescita e di rafforzamento personale. Il brano "In braccio" parla di una nuova vita che sboccia, ovvero la nascita di Beatrice, e della fine di un'altra vita, quella di mio padre. Io posso dire di averlo visto morire sereno, perché aveva accanto la sua famiglia e tanto amore. Bea è stata vicino a mio padre durante la malattia, fino alla fine dei suoi giorni. Credo sia merito suo se lui ha potuto vivere anche più a lungo rispetto a quanto avevano previsto i medici. Mi auguro che un giorno mia figlia potrà prendermi in braccio e fare lo stesso con me».

Hai parlato dell'importanza che ha per te la fede cristiana, ma so che anche quella calcistica è molto forte. Cosa mi dici del Sassuolo?

«Sono un grande tifoso. Vado spesso allo stadio. E' una squadra incredibile, simpatica, che sa lavorare duramente. Dopo diverse batoste, ha raggiunto meritatamente risultati straordinari. E' una realtà che fa bene al calcio italiano, perché sa valorizzare i giovani e cresce giocatori da portare anche in Nazionale».

E invece Nek, anzi, Filippo, quanto è cresciuto negli anni?

«Oggi sono un uomo realizzato e appagato. A livello professionale e soprattutto personale. Ho una famiglia stupenda, una moglie meravigliosa, sono diventato padre, una delle esperienze più belle che si possa vivere. Ho limato certi spigoli del mio carattere. Sono cambiato parecchio. Do meno retta a certe stronzate e mi commuovo per i piccoli dettagli. Forse è colpa dell'età che avanza! »

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