Gazzetta di Modena

Modena

Gli “angeli del fango” da Modena a Firenze

di Saverio Cioce
Gli “angeli del fango” da Modena a Firenze

Nel 1966 Studenti al lavoro tra rifiuti, opere d’arte e manoscritti antichi

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MODENA. Quei giorni non se li possono dimenticare. È passato mezzo secolo ma per i ragazzi che lasciarono Modena per Firenze nel ’66 sembra ancora ieri. La televisione in bianco e nero trasmetteva le immagini desolate della città invasa dall’Arno, dal fango e dai detriti che avevano invaso ogni scantinato e i piani bassi delle case, dei depositi e dei musei. Sui giornali le foto della disperazione moltiplicavano quel senso di catastrofe che aveva colpito con piogge torrenziali un terzo dell’Italia. Anche Modena pagò un prezzo molto alto per le alluvioni tra Secchia, Panaro e Tiepido, con migliaia di sfollati, 12 mila ettari allagati e due morti. Il bilancio finale delle vittime, dal Friuli alla Toscana, superò le 70 unità e i feriti furono il doppio.

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Ma fu la foto del Cristo dipinto da Cimabue, che galleggiava come un rottame qualsiasi nella chiesa di S.Croce, a fare il giro del mondo e far scattare un moto spontaneo di solidarietà. «Fu un’impressione tremenda anche per tutti noi - racconta Piero Guerzoni, all’epoca preside dell’Istituto Fermi di Modena oltre che esponente Psi, oggi editore de Il Fiorino - Ma lo sconforto durò poco, non avevamo tempo. Io accompagnai due classi, i primi cinquanta alunni e alunne che si erano dichiarati disponibili a partire, il 6 novembre, a ridosso della grande piena. In quelle ore frenetiche avevamo poche certezze, ma le famiglie non fecero obiezioni. Erano tutti minorenni, all’epoca si diventava maggiorenni a 21 anni, ma non ci fu bisogno di chiedere le autorizzazioni ai genitori. La scuola pagò il pullman, ognuno si era portato dietro gli stivali di gomma. A Firenze l’esercito, che coordinava le operazioni, ci fornì le tute mimetiche che restituimmo la sera prima di partire. Così da mattina a sera spostammo preziosi manoscritti e libri antichi dalla Biblioteca Nazionale di Firenze all’esterno, per farle lavare con acqua. E a sera riprendemmo il treno; unica pausa una mezzora per andar fuori, sotto il loggiato, dove era installata una cucina da campo dell’esercito. Panini e acqua minerale per tutti, poi di nuovo a lavorare».

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Esperienze fortissime per tutti, il passaparola giro in poche ore e in breve molte scuole modenesi si organizzarono alla stessa maniera, partendo a turno per la Toscana: una giornata di lavoro senza pause e poi via, di nuovo a casa, per non pesare nella macchina dei soccorsi in una città nel marasma.

Formalità ridotte a zero, burocrazia scavalcata di corsa. A Guerzoni ad esempio i dirigenti della Biblioteca Nazionale affidarono preziose mappe da portare ai colleghi della Biblioteca Estense; nessuna ricevuta, bastò una stretta di mano.

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Niente dichiarazione scritta della famiglia, bastava la parola degli studenti che volevano partire. Assicurazioni per incidenti? Sconosciute. Tutto filò liscio e quei giorni furono una formidabile scuola di educazione civica dal vivo. Differenze sociali e politiche? Azzerate. Partirono dai licei, dal Tassoni tra gli altri diciottenni c’era Fabio Marri, oggi docente universitario, e dal Muratori il prof. Campana con i suoi alunni.

«Io partii con il Corni - racconta Mauro Pugni, oggi in pensione - Il coordinatore era il vicepreside Crugnola. Nel mio caso partì la quarta e la quinta del corso C Elettronica e fummo spediti subito in S.Croce a svuotare i seminterrati. Un lavoraccio, liquami e fango da mettere nei secchi e da portar via con il passamano. Da casa eravamo partiti con panini in tasca e la tuta. All’andata eravamo allegri come in una gita ma davanti al fango e alla tragedia cambiò l’umore. Lavorammo duro».

Poi ci fu chi partì da solo per aiutare i parenti. «Mi avviai da Modena con la 500 - racconta il geologo Antonio Scaglioni, all’epoca di 26 anni - Scesi dalla Futa perchè anche l’autosole era allagata. Portavo acqua e viveri ma quando arrivai a Firenze, dopo aver fatto la consegna, andai da una zia che stava in una casa allagata. Poi per strada mi fermai a dare una mano a chi me lo chiedeva e arrivato a sera ripartii per Modena, non senza aver cambiato il filo rotto dell’acceleratore. Trovai un meccanico con l’officina piena di fango ma lui non si disperò e prese il filo dello starter. Altri tempi».

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