«L’ossessione del peso minaccia i nostri giovani»
Oltre 2mila i modenesi con problemi alimentari. I ragazzi i soggetti più a rischio Ecco i segnali per capire se in famiglia si ha un problema di bulimia o anoressia
Una nuova persona ogni 35 ore. È la media con cui si presentano agli sportelli dell’Ausl pazienti particolari. Hanno una malattia, ma spesso non lo sanno.
I genitori o i gruppi di coetanei tendono a sottovalutare questo male; talvolta lo ignorano o lo considerano un capriccio momentaneo, una fase oppositiva, qualcosa che passerà; tuttavia, gli esperti non ci stanno e ribadiscono con forza un messaggio: i disturbi alimentari sono una vera e propria patologia. I numeri nella nostra provincia sono indicativi, ma inevitabilmente imprecisi. Si stimano circa 400 casi di anoressia, 600 di bulimia e 1.500 di forme intermedie. I circa 250 pazienti in cura ogni anno rappresentano la superficie emersa; tuttavia, la parte immersa appare ben più grande.
«Esiste una remora particolarmente forte per questa malattia - spiega il dottor Dante Zini, responsabile del servizio di cura territoriale - dovuta a due fattori. Per l’anoressia e la bulimia da un lato c’è il timore dello stigma, come accade per le malattie psichiatriche; inoltre, a differenza delle altre malattie (siano acute o psichiatriche), le persone che ne soffrono all’inizio non si vogliono fare curare». Non a caso gli esperti la definiscono «malattia del controllo».
Perdere o prendere peso diventa l’obiettivo e lo stato attuale scompare davanti a un obiettivo giudicato più alto. In pratica, è come osservarsi attraverso uno specchio distorto. Un’immagine che può arrecare danno: dalla malnutrizione si può passare agli effetti psicologici per la persona che ne soffre. Una sofferenza spesso ignota o ignorata dalle famiglie. «Il problema maggiore è accorgersi che è una malattia vera - aggiunge il responsabile - e non si tratta semplicemente di capricci». Per riconoscere i segnali è necessario conoscere le malattie. L’anoressia implica la perdita dell’appetito; la bulimia, al contrario, indica una fame smodata (letteralmente “da bue”). A questo punto scattano le domande: osservo mia figlia (o mio figlio) mentre mangia? So cosa mangia quando è fuori? Seguo la sua alimentazione? Mi ha confessato di avere modelli da imitare, siano sportivi o dello spettacolo? Ho notato che vomita dopo i pasti? Un comportamento, quest’ultimo, che può essere indotto, soprattutto nel caso dell’anoressia. La bulimia è ancor più complicata da riconoscere. «C’è una volontà di magrezza - rivela il dottor Zini - ma ci sono perdite di controllo, come mangiate grandi o piccole “abbuffatine”. Per rimediare poi i ragazzi ricorrono a pratiche di vomito, diuretici e lassativi».
I ragazzi, già. Storicamente i disturbi alimentari sono stati più frequenti tra le rappresentanti del genere femminile; negli ultimi anni s’è però assistito a un aumento di casi dell’altro genere.
Oggi si attestano a circa il 15% (praticamente quasi uno ogni sette). In particolare, i primi sintomi s’iniziano a vedere dalle scuole medie e si conducono verso l’università e oltre: si va dai 12 ai 30 anni. Fare sport? La soluzione può implicare il male se la sana competizione si trasforma in un’emulazione di comportamenti sbagliati o in un dovere necessariamente apparire (magro per esempio) piuttosto che essere (atleta a 360°). I genitori possono fornire una risposta anche in ciò. «Devono essere presenti e accudenti - aggiunge l’intervistato - senza criticare. Anche se sono separati possono dare un contributo». Più delicata l’educazione alla pari di chi ha superato la patologia. «Può essere un’occasione in cui si riattiva la preoccupazione», commenta il dottor Zini.
Gabriele Farina
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
