«Imprese false e truffaldine Lavoratori come schiavi»
«Nel settore carni del Modenese società che agiscono da caporali collettivi e sfruttano condizioni indecenti. Un volume da 3 miliardi di fatturato all’anno»
Cooperative come veri e propri «caporali collettivi». È quanto ha rilevato il Terzo Rapporto su Agromafie e Caporalato, curato dall'Osservatorio “Placido Rizzotto” e presentato ieri mattina presso la sede della Cgil di Modena.
In questa edizione del rapporto, Flai/Cgil nazionale ha indagato sul fenomeno del caporalato in agricoltura e in altri settori dell'agroalimentare, con un capitolo dedicato alla situazione del distretto lavorazione carni del Modenese.
Il rapporto ha messo in luce come la cosiddetta terziarizzazione del lavoro, ovvero le aziende che si affidano a cooperative esterne per assumere e gestire i propri lavoratori, sia un aspetto sempre più centrale del settore lavorazione carni. Le cooperative che lavorano in questo settore, a Modena, sono oltre cento e spesso questo mondo nasconde dinamiche di sfruttamento. Nel rapporto si legge che, nel Modenese, su 3.500 lavoratori del settore carni, duemila sono italiani, mentre circa 1.500 sono di origine straniera, questi ultimi «occupati in cooperative per lo più atipiche», «imprese false e truffaldine... ingaggiate nel Modenese per fare il lavoro più duro e più rischioso».
Come spiega il rapporto, sono le cooperative stesse ad agire da caporali nei confronti dei lavoratori, in quanto scaricano su di loro «gran parte dei costi aziendali e tutte le responsabilità sociali ad essi correlabili», in cambio di occupazione e di promesse come il rinnovo del permesso di soggiorno, in Italia legato al reddito. Questo porta a condizioni di lavoro «proibitive, indecenti e si configurano anche in maniera paraschiavistica», con ritmi e velocità sempre più spinti, che si ripercuotono sulla salute dei lavoratori, i quali diventano «psicologicamente dipendenti dai voleri del datore di lavoro», voleri che si traducono spesso in turni di lavoro superiori alle dieci ore giornaliere, magari comunicati con anticipo nullo e riconosciuti solo in parte, o impieghi che non hanno nulla a che vedere con quanto stipulato nel contratto. Ma come si è arrivati a tutto questo? Il rapporto spiega che nel comparto di lavorazione carni la competitività si gioca tutta sulla contrazione del costo del lavoro, nonostante questo incida solo sul 4,6% dei ricavi (al contrario, le materie prime sono l'80% dei costi di un'azienda). Appaltare a una cooperativa spuria permette di abbattere il costo del lavoro, in quanto vengono applicati i regolamenti interni della cooperativa (che spesso applica standard dei Paesi esteri, come la Romania o la Bulgaria) invece che quelli nazionali e viene retribuita solo parte delle ore di lavoro svolte. Tutto questo, però, porta a lavoro nero, evasioni ed elusioni fiscali e contributive, con il rischio, inoltre, di danneggiare ulteriormente l'intero reparto della lavorazione carni, che ne risentirebbe nella qualità.
Il settore genera 3 miliardi di fatturato l'anno, circa il 3 per cento del fatturato nazionale del settore macellazione e lavorazione carni.
«La situazione in Germania è come da noi - dice Umberto Franciosi di Flai Emilia-Romagna - Lo stesso in Danimarca e in altri Paesi europei. Basterebbe mettersi d'accordo con gli altri, ma politici e imprenditori italiani non hanno detto nulla a riguardo. Le malattie professionali stanno esplodendo, nei prossimi mesi ci saranno espulsioni di massa. Così chiuderanno i macelli. Inoltre esiste un problema di distribuzione della ricchezza all'interno delle aziende grazie agli appalti. La legalità bisogna viverla tutti i giorni, gli imprenditori devono dire "basta"». (e.v.)
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