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Mediatrici, chiave di integrazione

Mediatrici, chiave di integrazione

Labidi: «Spiegando le norme superiamo barriere e incomprensioni tra culture»

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L'ospedale, oltre che erogatore di cure, è anche un osservatorio privilegiato della società che cambia di composizione. Procedendo in auto verso la struttura, la segnaletica del Policlinico si distingue per il trilinguismo: italiano, inglese e arabo, lingue che accompagnano i pazienti nel labirinto dell'ospedale.

Nel reparto maternità si materializza tutta la complessità etnica e culturale della città: in una manciata di corridoi c'è il mondo intero che si affida ad uno staff multiculturale di medici, ostetriche, infermiere e mediatrici interculturali, in prevalenza femmine. La chiave di volta del sistema sono le mediatrici interculturali.

Al Policlinico ce ne sono tre e fanno capo alla cooperativa Gulliver che dal 2001 fornisce personale specializzato alle aziende ospedaliere. Khira Labidi è una donna di origine tunisina da oltre 30 anni residente in Emilia. E' madre di tre figlie, nate a Modena, e ha iniziato ad avvicinarsi alla mediazione per gli stranieri facendo volontariato. Insieme ad altre donne ha fondato la cooperativa Integra entrata dopo a far parte di Gulliver.

Khira è laureata in letteratura araba, parla tre lingue, italiano, arabo e francese, e porta il velo: «Ho deciso di portare l'hijab tardi, quando avevo già cominciato il lavoro di mediatrice interculturale, è stata una decisione personale». Si occupa dell'area araba nel Policlinico: «Dall'Iraq al Marocco, l'area è vasta e ci vuole molta preparazione sia della cultura del paziente che del sistema sanitario nazionale». Il mediatore interculturale non ha un ruolo solo linguistico, non è un semplice traduttore, è un professionista che si inserisce in un'interazione fra medico e paziente. È una figura che media fra le due culture e le rende comprensibili l'uno all'altro. «È attraverso questo servizio che si attiva la rete dei servizi sociali del territorio, quindi la mediatrice deve avere una conoscenza del contesto di accoglienza locale necessario per aiutare le persone neo-arrivate o che sono arrivate da tempo ma che non hanno nessuna confidenza con il sistema sanitario e devono orientarsi, conoscere e fidarsi», spiega Alessia Bellino di Integra-Gulliver. A fronte di questi servizi si richiede dal paziente la massima sincerità. La chiarezza è essenziale per la corretta trasmissione di informazioni vitali e la presenza delle mediatrici arriva fino alle sale operatorie nella fase dell'anestesia quando all'operatrice è richiesto di rassicurare la paziente e di spiegarle cosa le sta succedendo. «Talvolta i mariti complicano la situazione, intromettendosi nelle spiegazioni, per questo motivo li escludiamo durante il nostro lavoro - dice Khira - mentre in alcuni casi abbiamo chiaramente la percezione di situazioni familiari in cui la donna vive in un clima di segregazione perché non parla l'italiano ma solo il suo dialetto arabo, perché è molto coperta. Si tratta di donne fragili, spesso analfabete, il loro uomo rappresenta l'unico canale di comunicazione con la società che la circonda».

Accade anche che le mediatrici segnalino casi di indigenza familiare a tutela del minore, è il lato più duro del lavoro in cui le operatrici sono tenute a capire se la partoriente abbia un marito, un tetto sotto cui stare, il riscaldamento e qualcuno che fa la spesa.

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