Modena, Gioachino Coppi la medicina vissuta come una missione
Il maestro modenese della chirurgia vascolare si racconta, dall’infanzia alla fama internazionale «Il S. Agostino era un ospedale con un’anima Noi un gruppo che voleva un’altra Università»
MODENA. Penultimo di dodici figli il dottor Gioachino Coppi - «ignoravo che il mio nome si scrivesse con una sola c, l'ho scoperto quando avevo trent'anni» - nasce nel 1945 sfollato a Formigine per intercessione dell'allora beato, oggi santo, Claude de la Colombiere. «Mia madre aveva partorito una bimba morta prematuramente. Dedicò quindi una novena al beato Claudio che pensò bene di ricompensarla con sei maschi e sei femmine». Una famiglia numerosa è una bella palestra di vita. Ma quando l'età anagrafica ti ricorda ogni giorno che sei l'ultima ruota del carro (o la penultima che poi, a ben guardare, è la stessa cosa) devi fare i conti con l'atavica paura di risultare trasparente. «Ricordo che una volta - racconta il dott. Coppi - durante un pranzo che contemplava persino i nonni, mi nascosi. Temevo che nessuno avrebbe notato la mia assenza ma in cuor mio desideravo che smuovessero mari e monti per cercarmi.
E, con grande soddisfazione del sottoscritto, così accadde». Chirurgo vascolare di fama internazionale (a lui Modena deve il suo primo il trapianto di rene) il nostro ospite vanta un curriculum esemplare che decidiamo di relegare in secondo piano. Basta infatti interpellare il nume tutelare di ogni ricerca, leggi Google, e voilà!.. ecco servito senza sforzo un puntuale compendio di carriera. Di quel professor Coppi che, tra l'altro, prima di andare in pensione ha restituito dignità ad un Policlinico svilito dallo “scandalo cardiologia”, si sa quanto basta anche se mai abbastanza. Di Gioachino con una c sola si sa invece un po' meno. Che sia un uomo buono ancora prima che un eccellente medico sono in molti a sostenerlo.
E se è vero che nove volte su dieci l'apparenza inganna, è altrettanto vero che anche la sola stretta di mano accompagnata da uno sguardo gentile ha la forza di una confortante conferma. «Quando avevo otto o nove anni fuggivo da casa in bicicletta. Arrivavo sino a Sassuolo oppure a Maranello. Ero sempre a bagno nel fiume tanto da conoscerne ogni anfratto. Allora l'acqua, circondata da campi, era pulita. Sentivo un legame fortissimo con la natura e vivevo come se fossi in una foresta. Oggi che i campi si sono ridotti a scampoli e che i fiumi sono perlopiù rigagnoli inquinati mi sembra di raccontare una favola». E nelle favole c'è sempre un castello. Siamo alle porte della città in quella che prima di diventare la magione dei Coppi fu dimora di una famiglia molto legata ai duchi di Modena. Il cognome del pater familias è il medesimo di colei che, in quel di Vienna, spezzò il cuore a Ludwig van Beethoven.
«La contessa Giulietta Guicciardi era allieva di Beethoven. Lui se ne innamorò. Lei con il suo rifiuto gli ispirò la sonata per pianoforte “Quasi una fantasia”, più nota come “Chiaro di luna”». Magnifica testimone silenziosa di tante vite vissute, la casa (e che casa!) pare baluardo di un mondo bucolico a sé stante. Lo stesso che ha visto l'irrequieto Gioachino trasformarsi da pargolo diffidente nei confronti di chi giurava che la neve sarebbe diventata acqua - «non volevo crederci, adoravo la neve e dovetti nasconderne una ciotola sotto il letto per poi arrendermi all'amara realtà» - in un adulto capace di ispirare immensa fiducia. In mezzo un'adolescenza al pari dell'infanzia consumata tra il desiderio di appartenenza - «il regalo di mio nonno per i miei sedici anni fu la licenza di caccia. Allora non mi rendevo conto che cacciare significava uccidere.
Era un modo per stare al passo con i miei fratelli» - e la strenua volontà di fare qualcosa di utile. «Puntai sulla psichiatria. Mi sembrava la via più efficace per curare le persone senza vederle solo come pazienti. La tesi deluse però le mie aspettative anche perché l'ambito non era strettamente medico. Inoltre non sopportavo l'idea di entrare nell'intimo altrui per… quanto? Un'ora? E poi arrivederci e grazie». La svolta fu l'incontro con il “maestro”, il professor Pellegrino (Rino) Vecchiati, marito della sorella maggiore di Gioachino. Primario di Chirurgia Generale nell’Ospedale S. Agostino nella seconda metà degli anni Sessanta Vecchiati fece di Modena un centro di chirurgia all’avanguardia. «Il Sant'Agostino aveva un'anima e noi ci sentivamo una squadra. La continuità terapeutica da un reparto all'altro funzionava a meraviglia e la sana competizione con il Policlinico ci spingeva a dare il meglio. Allora vivevamo dall'alba a notte fonda in ospedale, sempre in prima fila. Oggi ho l'impressione che la nostra professione sia soggetta ad una sorta di impiegatizzazione, se così si può dire. Che cosa ne ho fatto del mio primo stipendio? Ho assecondato una passione: mi sono comprato la moto. Che poi ho venduto nel 1971 quando mi sono sposato. Moto e moglie… beh erano inconciliabili. O l'una o l'altra».
Il dott. Coppi, senza mai pentirsene, sceglie la seconda - «questa stanza custodisce un piccolo segreto. In un punto particolare ho inciso il nome di mia moglie» - e diventa padre tre volte. Nel frattempo sperimenta quanto sia duro il confronto con l'Università dei “baroni”. «Già dai primi anni Settanta il braccio di ferro tra la chirurgia vascolare e l'Università di Modena si era fatto feroce. Fui costretto a prendere la specialità a Milano. Quindi strinsi un patto con i miei colleghi: avremmo conquistato il posto dei baroni che tenevano strette le redini dell'ateneo. Volevo un’altra università. Ci ho provato con tutte le mie forze non sempre ottenendo i risultati sperati. Nel 1994 fondammo una società il cui obiettivo era promuovere la sperimentazione di procedure meno invasive. Sono sempre stato convinto che un chirurgo può usare tanto un bisturi quanto un catetere. Ma in ambito universitario questa ipotesi non era ammissibile».
Le sei domande di brevetto internazionale pubblicate (due i brevetti concessi che hanno permesso lo sviluppo di prodotti endovascolari usati in ogni angolo del mondo) sono la testimonianza più concreta di una tenacia straordinaria che, insieme ad una trasparenza d'animo non scontata, è tratto peculiare di un medico cresciuto all'ombra della Ghirlandina e apprezzato oltreoceano. «Negli Stati Uniti ci sono stato a puntate. Il prof. Vecchiati lasciava ampio spazio all'iniziativa personale. Io volevo toccare con mano una realtà diversa, in sostanza vedere ciò che eseguivano meglio di noi.
Gradirei però demolire una falsa credenza: trascorrere un lungo periodo all’estero non garantisce un’eccellente preparazione. E non è detto che si ritorni all’ovile con un bagaglio di esperienza davvero utile. Anzi. Ho visto ragazzi che, per nulla considerati, stavano là a girarsi i pollici». A giudicare dall’eloquenza del curriculum e dal numero impressionante di pubblicazioni firmate Coppi, i pollici del nostro interlocutore di giri non ne hanno mai compiuti. In compenso le sue mani sono state salvifiche per moltissime persone. Tra queste un paio di modenesi illustri. «Ricordo che entrai nella stanza ove era ricoverato Giorgio Fini. Mi disse: perché è lei qui? Per assicurami che la stiano curando bene, risposi io. Bravo, rilanciò lui, anche io mi comporto così sul lavoro. Invece da Giovanni Panini, che colpito da un aneurisma pareva morto, imparai qualcosa di semplice ma essenziale. Fal subet. Ossia se hai in mente una cosa falla subito».
IN 44 ANNI OLTRE 10 MILA INTERVENTI
Specialista in chirurgia generale all'Università di Modena, specialista in angiologia e chirurgia vascolare all'Università di Milano, primario dell'Unità complessa di chirurgia vascolare di Modena nel 1989, professore associato di chirurgia vascolare di Unimore (dal 2004), direttore della scuola di specialità di chirurgia vascolare dal 2004 al 2015: è questo l'incipit del curriculum professionale del dottor Gioachino Coppi che lo scorso settembre, dopo 44 anni di corsia e sala operatoria, con un sorriso è andato in pensione. Chiamato nel 2008 come professore universitario di prima fascia, dal 2013 al 2015 Coppi ha diretto il dipartimento interaziendale delle malattie cardiache e vascolari delle Aziende Ospedaliere di Modena. Fondatore della Società Italiana di chirurgia endovascolare (1997) è autore di oltre 250 pubblicazioni nonché editore e coeditore di 9 testi. Nel 1998 ha dato inizio alla attività di trapianto renale a Modena. Non senza dolore: «prelevai l'organo da trapiantare alla figlia di un mio amico morta per emorragia cerebrale». Ha inventato la tecnica di protezione cerebrale per blocco di flusso (catetere Moma) oggi utilizzata in tutto il mondo e un secondo catetere battezzato Piton. Ha eseguito oltre 10mila interventi chirurgici di cui 9mila di chirurgia vascolare. È presidente di Health 21, La salute per tutti nel XXI Secolo, associazione senza fini di lucro che di una puntuale prevenzione ha fatto missione prioritaria.
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