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Modena, il vescovo Castellucci chiude la Porta Santa

Modena, il vescovo Castellucci chiude la Porta Santa

Simbolica fine del Giubileo della Misericordia: «Dobbiamo aprirci agli altri, a chi soffre e chi educa»

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MODENA. Trasferire la misericordia nel quotidiano: è la sfida lanciata da don Erio Castellucci. Sono le 19.14 quando il vescovo chiude simbolicamente la Porta Santa in Duomo. È il segno della fine del Giubileo della Misericordia a Modena. Poco importa se il termine ufficiale sarà tra sei giorni a Roma o se don Erio non completa il gesto. La pedana, infatti, era stata trasformata in una parete verticale, così un’altra persona più in basso ha dovuto fare la chiusura vera e propria. Quanto conta realmente, invece, è un messaggio diffuso nei cuori degli oltre 800 fedeli di una cattedrale stracolma. Lo sforzo del vescovo per superare il muro improvvisato è anche quello che ognuno deve compiere per accogliere il prossimo.

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«La domanda su come declinare la misericordia nell’ordinario - risponde il vescovo - deve essere rivolta alle mamme, a chi ha anziani a cui pensare, a chi educa bambini, a chi si trova nei luoghi della sofferenza come gli ospedali e si occupa ogni giorno di coloro che hanno bisogno. È un messaggio che vale anche nelle nostre parrocchie». Don Erio definisce la Misericordia «un balsamo» e, citando Papa Francesco, «l’altro nome di Dio». Un concetto strettamente collegato con la giustizia, «di cui rappresenta un’integrazione, perché tiene conto anche di chi ha meno possibilità di noi».

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Tema sempre attuale è l’accoglienza. Il vescovo ne ha parlato più volte, in riferimento ai migranti e più in generale. Di sicuro è un modello sempre perfettibile. «Dobbiamo sempre crescere nell’accoglienza - garantisce don Erio - cioè prendere le persone dal punto in cui sono. La misericordia non è un legittimare qualsiasi comportamento perché sarebbe un pietismo inutile né sta nel condannare ogni comportamento; è invece un guardare l’uomo così com’è e accompagnarlo». Accompagnare vuol dire prendersi cura e non chiudere le porte in faccia, come accaduto nel vicino Ferrarese o sta succedendo in varie parti della “civile” Europa. Può sembrare paradossale che don Erio parli di apertura anche dopo una chiusura. La chiave sta nel trasferire il piano spirituale al primo aspetto. «Le porte della misericordia si chiudono materialmente - riprende il vescovo - ma rimangono aperte in realtà per sempre».

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Altri messaggi contro il sentire comune giungono dalle letture. Si ascoltano parole come “fuoco che divora”, si assiste a eventi quali guerre, terremoti, persecuzioni: dov’è la misericordia in ciò? In realtà, ha ricordato don Erio, il senso è diverso. Da una parte, c’è la fragilità di un mondo non destinato a durare per sempre; dall’altra, c’è un aspetto che resta. Un contrasto simbolico si ritrova tra il tempio e un capello. Il primo crollerà, il secondo no. Perché? «La misericordia di Dio si lega ad un capello - chiarifica il vescovo di Modena - perché questo capello, in realtà, è più forte del tempio. Il tempio simboleggia la potenza umana, racchiude tutta la grandezza che l’uomo è capace di manifestare; il capello manifesta la cura di Dio per l’uomo, la sua premura per le cose fragili».

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Ecco che farsi carico del capello diventa prendersi cura «di chi subisce, di chi è vittima, di chi nel silenzio opera la giustizia e la pace, di chi ama»; per cui meglio «non ammassare le pietre che costruiscono il tempio della superbia e della violenza - prosegue don Erio - e riconoscere il capello della carità e della perseveranza». Il Giubileo era iniziato in città il 13 dicembre scorso. Il bello (o il difficile) viene proprio ora.

Gabriele Farina

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