Negoziante aggredita da uomo mascherato
FINALE. Un’aggressione misteriosa, finita al pronto soccorso e difficile da interpretare perché il balordo che ha spinto nell’androne di casa Manuela Banzi non ha proferito parola, non ha cercato...
FINALE. Un’aggressione misteriosa, finita al pronto soccorso e difficile da interpretare perché il balordo che ha spinto nell’androne di casa Manuela Banzi non ha proferito parola, non ha cercato soldi e neppure tentato di infilarsi nell’appartamento. Si è concentrato sulla donna, tentando di tenerla stretta, rifilandole una sberla e infilandole le dita negli occhi per poi fuggire mentre la vittima invocava aiuto, chiamando la sorella che si trovava al primo piano e urlando a colui che era dall’altra parte del telefono di contattare i carabinieri. Il tutto mentre il cane di Manuela abbaiava contro l’aggressore.
Tutto è accaduto venerdì, poco dopo le 20. La donna, insieme alla sorella Katia, gestisce una ricevitoria-tabaccheria in via Mazzini. Insieme erano tornate a casa, erano salite e lei aveva messo il guinzaglio al piccolo cane per accompagnarlo nel classico giretto serale. Le due ragazze vivono in un appartamento in via Generale Malaguti, nei pressi del self service “L’Angolo” e di fronte alla “F.lli Cremonini”. La loro abitazione di piazza Verdi è ancora in fase di ristrutturazione post-sisma e quindi si sono dovute adattare a cercare un alloggio temporaneo.
«Sono uscita di casa - ricorda Manuela - e ho fatto una passeggiata. Pioveva, avevo il cappuccio sulla testa e questo mi ha impedito di avere una visuale completa sulla strada. Non ho quindi visto nessuno che mi si avvicinava mentre entravo di nuovo in casa. Però ho avvertito una presenza alle spalle che mentre io aprivo la porta mi ha spinto nell’androne. Nei primi istanti ho pensato ad uno scherzo di un amico poi però quell’uomo mi ha iniziato ad aggredire. Ho iniziato ad urlare, a tentare di tenerlo lontano e nella concitazione lui ha urtato il portone e l’ha chiuso. Io chiedevo aiuto, a mia sorella e alla persona che era con me al telefono. Forse è per quello che ha aperto la porta ed è fuggito».
Pochi istanti dopo sono arrivati i carabinieri di Finale, ma dell’uomo non vi era più traccia. «Non riesco a descriverlo - ammette la vittima - Aveva il cappuccio calato fino sugli occhi e una sciarpa alzata fino sul naso. Direi che è alto 1,75 perché ha lasciato un segno sulla porta, ma di più non ricordo. Tra l’altro in quei due, drammatici minuti, non ha mai parlato». Un silenzio che lascia aperta ogni ipotesi investigativa, ma che esclude di per sé la rapina visto che non ha mai chiesto soldi né tentato di arrivare alla borsa, peraltro ben nascosta sotto la giacca...
Francesco Dondi
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