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Soda caustica in faccia: è stato un tentato omicidio

di Carlo Gregori
Soda caustica in faccia: è stato un tentato omicidio

Ipotesi di reato rivista per la gravità dell’attacco al dottor Tondi: usato un bastone Trovata la pistola di plastica tra i rifiuti: «Chi l’ha buttata ci dica dove si trovava»

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Si stringe il cerchio delle indagini intorno all’aggressore del dottor Stefano Tondi, primario della Cardiologia dell’ospedale di Baggiovara, colpito agli occhi con la soda caustica spruzzata da una lunga pistola ad acqua, di quelle usate d’estate dai bambini. L’inchiesta del pm Enrico Stefani ora ipotizza il reato di tentato omicidio, non più di lesioni gravissime.

Tentato omicidio. Dagli sviluppi dell’indagine seguita dai carabinieri, emerge infatti che l’aggressore era armato di un bastone: l’arma probabilmente doveva servire a colpire il cardiologo quando ormai era in una “condizione minorata” dovuta al dolore agli occhi causato dalla soda.

La pistola ritrovata. Queste le novità esposte ieri mattina dal procuratore capo Lucia Musti nel corso di un incontro per fare il punto sulle indagini in corso. La Musti ha spiegato altri dettagli emersi in queste ore. Ad esempio: è stato il figlio Michele, 19 anni (che ha riportato ustioni alla testa) a intervenire con un ferro per camino in soccorso del padre che urlava in cortile. Ha rincorso l’aggressore riuscendo ad allontanarlo. La pistola giocattolo è stata trovata in un cassonetto per rifiuti a un chilometro e mezzo dalla casa di Tondi, lungo la Provinciale vicino a un’azienda agricola.

L’analisi dei Ris. La pistola ad acqua è stata sequestrata e inviata al Ris di Parma per rilevare eventuali impronte digitali e di ulteriori elementi utili all’inchiesta. Al suo interno è stato rinvenuto del liquido che verrà comparato con quello che ha colpito Stefano Tondi per avere un’ulteriore conferma che si tratti proprio della soluzione con la soda caustica “sparata” a Tondi. La pistola è stata trovata asciutta nonostante l’umidità del terreno su cui era stata posata: l’ipotesi degli inquirenti, dunque, è che sia stata maneggiata da una terza persona (diversa dall’aggressore) invitata a presentarsi per fornire tutte le informazioni in suo possesso.

Appello della Procura. «Chiediamo a chi ha raccolto e gettato nel cassonetto la pistola di andare dai carabinieri per dire il punto esatto in cui l’ha trovata. È molto importante per le indagini», ha detto il procuratore Musti. Un ultimo fronte di indagini punta la ritrovamento di qualche immagine dell’aggressore da telecamere pubbliche in zona. La ricerca continua tra il riserbo. Finora non avrebbe dato risultati ma se mai capitasse, l’identificazione diventerebbe più facile.

Nuovi controlli. Ieri mattina i carabinieri sono tornati sulla scena del crimine. Hanno battuto metro per metro tutta l’area intorno alla casa del cardiologo. Sia la parte ghiaiosa, sia la zona antistante la facciata dove il criminale ha spruzzato la soda caustica, sia dietro fin dentro al vigneto. Cercavano nuovi reperti, probabilmente mirati.

Agguato preparato. La ricostruzione non è infatti terminata: l’agguato è stato sicuramente studiato e provato in dettaglio. Lo dimostra la conoscenza del luogo scelto - il cortile della casa del medico, le strade, le vie di fuga ecc - e anche la pistola ad acqua stessa, trovata e ora affidata ai Ris di Parma. Si tratta di un giocattolo di plastica tipo “Pe” e che quindi poteva danneggiarsi o forarsi se la concentrazione di soda caustica fosse stata molto elevata. Chi ha ideato questo “sparo” crudele deve aver fatto prove per essere sicuro di non restare lui steso vittima dell’idrossido di sodio che utilizzava. Non solo: deve aver fatto prove di tiro. La gittata media di queste pistole, come si legge nelle schede tecniche su internet, è di sei metri (può arrivare fino a 9 metri con un propulsore). È possibile che il primo spruzzo contro il dottor Tondi sia stato azionato da dietro il cespuglio che si trova a destra del portone di casa. Poi l’aggressore si è alzato e ha fatto un semicerchio continuando a tirare soda contro il volto del cardiologo. Lo dimostrano le gocce bianche sullo stipite interno destro del portone, cadute a pioggia: sono state sparati dal lato opposto.

Un movente “aperto”. Resta aperto invece il movente, anche se il procuratore Musti ha confermato che l’attenzione principale degli investigatori è concentrata sull’ipotesi di una vendetta per un paziente morto o secondo i parenti curato male. I carabinieri hanno acquisito tutte le cartelle dei pazienti di Tondi degli ultimi tempi, ha detto il Procuratore.

Visite e interventi. Tondi, è emerso ieri, era sì il direttore della Cardiologia di Baggiovara e quindi svolgeva attività apicale, ma continuava a fare interventi di angioplastica presso la Emodinamica dell’ospedale. Un’attività che in quella sala si era fortemente intensificata da quando era stata accorpata quella del Policlinico, decisa anche dopo la chiusura di quello che era stato il reparto del professor Massimo Sangiorgi e degli altri cardiologi e specializzandi, ora imputati al maxi processo.

Quindi in realtà Tondi in questi anni è intervenuto sui pazienti, per quanto riguardava la sua attività nella sanità pubblica. C’è poi il secondo ambito della sua attività, quello della libera professione: da circa trent’anni svolgeva attività “intra moenia” sia a Baggiovara che a Vignola. Pare però che consistesse solo in visite mediche. Soprattutto a Vignola non c’erano né gli spazi né le attrezzature per interventi. Questo però non significa che carabinieri e Procura non controllino tutte le schede di pazienti in cerca di un caso grave.

Identikit e mandante. Che si tratti infatti di un’aggressione criminale ordinata da qualcuno pare un’ipotesi allo stati attuale più che probabile. Il criminale che ha gettato la soda caustica in faccia al cardiologo è un uomo di statura medio-bassa con un cappellino e carnagione olivastra. Si pensa a uno straniero, ma è difficile credere che sia stato lui stesso a voler deturpare il viso del medico e a rendergli impossibile svolgere altri interventi. Il mandante sarebbe insomma un terzo nell’ombra forse da ricondurre appunto a parenti di pazienti deceduti o lesi. Oppure anche - ma è un’ipotesi per ora senza riscontri - una vendetta di gelosia.

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