«Marjia due volte vittima di un incidente»
Attraversò con le cuffie, travolta. La madre: «Non sentiva musica, ma l’assicurazione non risarcisce»
Dopo il coma… il vuoto. Era l’11 dicembre 2013 quando Marija Kitanowski, vent’anni, è stata investita mentre attraversava le strisce. La studentessa stava transitando su un passaggio pedonale di via Giardini, all’altezza di via Barozzi. Un mercoledì, come oggi, che la mamma, Jasmina Kitanovska, non potrà mai dimenticare. Un autobus fermo al semaforo, una mezzo dei vigili del fuoco che arriva di corsa alla sua sinistra, l’impatto mentre la figlia è quasi arrivata allo spartitraffico. Il semaforo per lei era verde. «È stata in coma - racconta la madre - prima di risvegliarsi, ha perso parte della memoria e l’uso della lingua (è di origini serbe), ha riportato diverse fratture. L’università non la può più fare, per il lavoro è difficile».
L’ultima che le è stata riscontrata riguarda l’orecchio. La settimana prossima dovrà essere operata di nuovo e gli interventi chirurgici hanno un costo. «Pensavo che l’assicurazione avrebbe pagato i danni - riprende Jasmina - ma da allora non ho avuto un centesimo». Perché? Sembra che avesse le cuffiette al momento dell’incidente.
«Dall’assicurazione dicono che i vigili del fuoco non sono colpevoli», spiega l’intervistata. Insomma, secondo chi dovrebbe saldare è stata anche colpa sua se è stata investita. «La polizia ha detto che non ha usato le cuffiette - accusa la mamma - e il telefono non ha avuto nemmeno un graffio. Sarebbe dovuto volare per la strada e si sarebbe dovuto rompere: mia figlia ha fatto un volo di 26,70 metri». La mamma parla più volte del cellulare. «Lo avevo regalato a Marija tre giorni prima - ricorda ancora Jasmina - per festeggiare l’ingresso all’università (Ingegneria civile), un esame passato e il compleanno. Avevo fatto un unico regalo e l’avrebbe mostrato a una compagna». Jasmina è un’infermiera. Il marito, aggiunge la donna, ha perso il lavoro. Ha avuto un prestito dalla banca per le prime spese mediche, «ma non li danno certo all’infinito». S’è rivolta a tre avvocati. «Hanno poi detto che i tempi della giustizia in Italia sono lunghi - spiega l’intervistata - e che servono anni per una causa civile. Tuttavia, lo scopo mio è curare mia figlia adesso, non certo tra dieci anni». È scampata alla guerra in ex Jugoslavia, ma le battaglie l’hanno raggiunta a Modena. La città l’ha accolta nel 2012, non troppi mesi prima dell’incidente di Marija. «Quando è successo non sapevo dove fosse l’ospedale di Baggiovara», garantisce Jasmina. La figlia è arrivata al reparto di Neurochirurgia in condizioni gravissime, ma la sua voglia di vivere ha prevalso. «Dai vigili del fuoco non ho mai sentito niente - spiega la donna - e non sono andata dai sindacati. Mi preoccupava prima di tutto guarire mia figlia: ho lavorato 23 anni per lei. Le visite le devi pagare perché, se scegli di aspettare, aspetti un anno. È come se fossi colpevole quando sono la prima vittima con Marija».
Gabriele Farina
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