Processo Aemilia, il pentito: «Bianchini pagava i politici per lavorare»
Giglio conferma: «False fatture fin dal 2008: oliava i funzionari e gli amministratori e otteneva cantieri pubblici»
MODENA. Lo aveva già confessato nel corso degli interrogatori in carcere - e la Gazzetta ne aveva dato conto - ma ieri Pino Giglio, il super testimone del processo “Aemilia”, lo ha confermato pubblicamente: Augusto Bianchini, per prendere appalti pubblici, doveva “oliare funzionari e politici per lavorare”. Perché l’impresa di San Felice operava pochissimo con i privati e molto con il pubblico e quindi aveva bisogno di soldi contanti per “aggiudicarsi i lavori”. Dichiarazioni pesantissime, su cui i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia - Marco Mescolini e Beatrice Ronchi - stanno già lavorando parallelamente, ma che svelerebbero anche un potenziale giro di tangenti (il condizionale è doveroso) finora mai accertato.
Giglio ha tirato in ballo Augusto Bianchini nella seconda parte della sua deposizione dopo aver passato diverso tempo a riconoscere le fotosegnaletiche che gli venivano sottoposte. E ha anche ricostruito i primi contatti con l’imprenditore sanfeliciano, risalenti al 2006 quando Giglio, si ricorderà, tornò in Emilia per lavorare con il suo camion. In un cantiere di Mirandola ci fu il primo contatto e con il passare del tempo il rapporto istituzionale di lavoro si trasformò in stima reciproca, anche sul fronte delle false fatturazioni. Giglio sostiene sia stato Bianchini il primo a proporgli di fare affari in modo irregolare con un chiaro obiettivo: avere quella liquidità necessaria per pagare tangenti a funzionari pubblici e politici.
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La sovrafatturazione e le operazioni inesistenti ammontano a diverse centinaia di migliaia di euro, ma nel 2008 - ricostruisce ancora il pentito - la Bianchini Costruzioni va in difficoltà e non riesce più a sostenere il giro di fatture e contanti di Giglio. È in quel momento che l’imprenditore reggiano si stizzisce e manda avanti gli avvocati oltre a prelevare, dall’azienda di San Felice, anche del materiale per costruzioni che servirà al business di un cantiere a Sorbolo.
Bianchini dimostra di essere “uomo del nord” e di voler saldare il proprio debito tant’è che mensilmente consegna a Giglio un assegno, necessario a scalare il dovuto. E quando si mette in pari - siamo alla fine del 2009 - torna a trattare da una posizione di parità, proponendo di nuovo a Giglio di ripartire con il giro di soldi in nero, fatture fasulle o gonfiate e di forniture per i cantieri da realizzare. Ma quella fiducia che Bianchini ripone nel calabrese Giglio va ben oltre e appena c’è un problema di soldi e di insoluti, ecco che l’imprenditore di San Felice chiede aiuto al collega reggiano. È l’inizio dei rapporti con la ’ndrangheta, consapevoli secondo Giglio, che arrivano ben prima rispetto alla scoperta dei carabinieri di Michele Bolognino nei cantieri della ricostruzione post terremoto...
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