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A Modena quattromila donne vittime di violenza

di Martina Stocco
A Modena quattromila donne vittime di violenza

L’esame della Provincia sui dati del nostro territorio: «I casi in famiglia sono aumentati. Servono nuovi strumenti»

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MODENA. Sono quasi quattromila in quattro anni, dunque un migliaio all’anno, le donne vittime di violenza, che hanno ricevuto cure nelle strutture ospedaliere locali.

Precisamente 3868 le donne che, dal 2011 al 2015, si sono recate nei pronti soccorsi dell'Azienda sanitaria locale della provincia di Modena, dopo una violenza subita.

I dati, forniti dal nuovo Sistema informativo provinciale sulla violenza di genere, sono stati presentati ieri mattina in Provincia. Tuttavia, questi numeri sono solo i primi di una ricerca che ha portato alla creazione del Sistema informativo provinciale, gestito dall'Osservatorio modenese sulla violenza di genere. I dati, provenienti dai servizi sociosanitari e dalle associazioni modenesi, saranno messi in rete in un portale web attivo dal prossimo gennaio: il “Sistema informativo sulla violenza di genere”.

Dalle prime stime cosa emerge? Innanzitutto un aumento delle violenze subite in ambito familiare. Se nel 2011 erano 234 le vittime di violenza tra le mure domestiche, lo scorso anno (secondo l'elaborazione dei dati dell'Ausl di Modena) ce ne sono state 84 in più. In leggera contrazione, invece, sono le vittime di violenza al di fuori della cerchia familiare. Cinque anni fa erano 574, mentre nel 2015 sono diminuite fino ad arrivare a 327. Dunque, se nel 2011 le vittime di aggressioni da parte di familiari era il 29% del totale, ora le stime registrano un incremento del 20,3%.

In diminuzione è l'altra percentuale, riferita alle vittime di violenza da parte di estranei. Nel 2011 erano il 71%, ora il dato è sceso al 50,7%. La fascia di età delle donne maggiormente colpite è rimasta la stessa, nel periodo considerato. Le principali vittime sono di età compresa tra 35 e 44 anni (il 30%). I valori assoluti presi in considerazione registrano, anche, che le donne che subiscono aggressioni sono principalmente di cittadinanza italiana (il 73,5%). Infine, tra i dati raccolti dall'Osservatorio figurano, anche, i diciannove casi di violenza sessuale avvenuti nel 2015 e gestiti dal Policlinico.

«È stato avviato un percorso specifico per le donne vittime di stupro - spiega Angela Putignano, responsabile assistenziale del reparto materno infantile del Policlinico - avviato a febbraio 2015. Il personale dedicato è specializzato per casi estremamente delicati. Garantisce la presenza di un'ostetrica addestrata che si attiva e assiste la donna per tutto il tempo».

Gli uomini, autori delle violenze, che percorso possono intraprendere? «Un iter di accompagnamento al cambiamento - conclude Silvana Borsari del Centro Ldv (Liberiamoci dalla violenza) - perché la violenza non è tollerabile. Gli uomini che accedono al servizio, attivo dal 2011, devono mettere in atto azioni per cambiare. La finalità è la cessazione della violenza. Il più delle volte sono uomini che in società sono ben inseriti, ma agiscono violenza fisica, psicologica o economica nelle relazioni private. La metà di loro è stata denunciate dalle proprie mogli o fidanzate. All'inizio di questo iter viene stipulato un vero e proprio contratto. Attualmente sono 47, ma dal 2012 sono stati 187 gli uomini che hanno portato a termine il percorso. Tuttavia, molti di più hanno effettuato l'accesso al Centro e poi hanno abbandonato».

«Purtroppo anche a Modena i dati sono allarmanti - ha affermato Maria Costi, videpresidente della Provincia nel corso dell'incontro - con un aumento delle violenze in famiglia per questo serve un ulteriore salto di qualità da parte delle istituzioni nelle azioni di contrasto e prevenzione. Servono nuovi strumenti conoscitivi come questo Osservatorio che ci possono aiutare nel migliorare la prevenzione e le reti di protezione, a partire dai Centri antiviolenza, e dei servizi di supporto, perché le donne devono sapere che non sono sole; senza trascurare la necessità di una più intensa azione di carattere culturale a partire dalle scuole dove sono già previste iniziative su questo problema».

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