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Modena, caso chioschi: «O accettate il progetto, o avete chiuso»

di Carlo Gregori
Modena, caso chioschi: «O accettate il progetto, o avete chiuso»

Questa la frase che tutti i titolari hanno riferito sulla riunione con Sitta e i tecnici comunali: «Non c’era margine di scelta»

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MODENA. «O accetti questo progetto così com’è oppure hai chiuso: la tua licenza non sarà rinnovata». Come ha spiegato uno dei concessionari dei chioschi oggi sotto sequestro, si trattava di un “passaggio obbligato” quello con gli ex assessori Daniele Sitta e Gabriele Giacobazzi, il dirigente Giovanni Bertugli, l’architetto Irma Palmieri: nel corso delle riunioni definitive si arrivava a questa “proposta” sui nuovi chioschi. L’alternativa era il mancato rinnovo della concessione annuale e una gara di bando pubblico per la concessione del futuro chiosco: in altre parole, la fine dell’attività nel Parco.

Non c’era alternativa. «Ho provato a spiegare che esistevano altre soluzioni più “leggere” ed ecocompatibili con legno vetro e acciaio ma non mi hanno neanche preso in considerazione», ha raccontato Andrea Galli, consigliere di Forza italia e concessionario del chiosco “ex Tosco”. Dalle testimonianze di tre “chioscai” - oltre a Galli, Carlo Serafini dei “Cedri” (inesistente, ancora oggi appezzamento di parco recintato) e Giuseppe Paolini del “Bar Elio” - emerge un percorso identico per tutti.

In sintesi, il problema dei chioschi era noto fin dalla fine degli anni Ottanta. L’Ausl se ne era interessata perché andava adeguato almeno il sistema delle toilette. C’erano stati abusi più o meno importanti affrontati a livello giudiziario. Si sapeva che così non si poteva andare avanti. Dal 2006, ha ricordato Galli, l’amministrazione comunale parlava di un nuovo progetto che prevedeva un cambiamento: si dovevano creare nuovi chioschi in regola. Ma è stato solo nel 2013 che le licenze hanno smesso di essere rinnovate di anno in anno e si è giunti alla resa dei conti in vista del cambiamento.

Paolini, per 46 anni gestore del “Bar Elio”, ha ricordato che di punto in bianco gli è stato «proposto» un progetto «con firme e timbri». Poteva solo adeguarsi o perdeva tutto. Lo aspettava una spesa molto ingente per la costruzione del chiosco in cemento. In cambio avrebbe avuto una concessione di 15+15 anni e poi la nuova baracchina sarebbe passata al Comune. Anche gli altri hanno raccontato di questo sistema per loro illogico. «A me toccava una spesa di 155mila euro - ha raccontato Paolini - e come potevo andare in banca e chiedere un prestito? Quando spiegavo che dopo 15 o 30 anni il chiosco non sarebbe stato più mio, che garanzia potevo dare? Ma in questa situazione c’era poco da fare».

Nel corso delle deposizioni dei “chioscai” non è mai stato affrontato il problema delle specifiche tecniche perché non era neppure in discussione al momento di decidere: o si accettavano quelle del Comune o non se ne faceva niente e si cambiava lavoro. «Al massimo - ha spiegato Paolini - potevi decidere la sfumatura di colore della tettoia». Galli ha spiegato che, come consigliere comunale, era al corrente di tutto l’iter ma che l’acquisto dell’ “ex Tosco” dalla Edil Montanari è arrivato venti giorni dopo l’acquisto del Paseo (il chiosco di fronte, ancora in funzione). «Mi trovai di fronte al progetto della giunta. Era definitivo, me lo dissero tutti: c’era ben poco da fare».

Tutti i concessionari hanno affrontato spese ingenti e ora si trovano esposti e in difficoltà con i cantieri sotto sequestro. Sono quattro sugli otto previsti. Ma all’inizio, come ha riferito Serafini del “Cedro”, il Comune ne aveva previsti addirittura 13. Chissà dove pensavano di metterli tutti quei chioschi: se 4 sono bastati a scatenare una reazione così netta, 13 avrebbero fatto del Parco della Rimembranza una quartiere in miniatura...

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