Gazzetta di Modena

Modena

«Uno dei due vigili mi ha spaccato la faccia»

di Carlo Gregori
«Uno dei due vigili mi ha spaccato la faccia»

Al processo per il pestaggio la vittima piange: «Mi calciavano, poi gettarono la testa contro il furgone»

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Il caso del presunto pestaggio ad opera di due agenti della polizia municipale di Modena, avvenuto la sera del 29 luglio 2013 in tangenziale dopo un incidente, è entrato nel vivo ieri al processo davanti al giudice Domenico Truppa. A deporre per prima è stata chiamata proprio la vittima, oggi parte civile, una carpigiana di 49 anni che quella sera guidava ubriaca (l’alcoltest indica un rapporto di 1,30 di alcol per litro di sangue) e sotto metadone. E ha raccontato, per la prima volta, che a picchiarla sarebbero stati i due vigili imputati, Paolo Passamonte e Maurizio Torelli.

La donna era uscita da una pizzeria a Modena e guidando aveva tamponato un altro mezzo in tangenziale. Si era fermata una Mini con tre ragazze e un ragazzo per soccorrere il tamponato, ma poi la donna inveendo contro di loro è scappata a piedi in tangenziale. L’ha fatto, ha ammesso, perché temeva di perdere la patente. Poco dopo è stata fermata dalla polizia e portata dagli agenti sulla scena dell’incidente. E qui è iniziato il suo drammatico racconto.

Sola coi vigili. «Quando la polizia mi ha consegnato alla municipale, i vigili, rimasti soli, mi hanno fatto restare in ginocchio. Ero ammanettata dietro. Continuavo a urlare, ero agitata e inveivo. Stavo male: le ginocchia sfregavano sull’asfalto. Gli agenti della Volante se ne sono andati. I due vigili mi fecero mettere sdraiata a terra a pancia in giù. A quel punto rimasi sola con loro due».

Offese e calci. La carpigiana ammette di aver gridato ingiurie e offese mentre chiedeva di essere liberata dalle manette. «“Stai zitta!”, mi gridava un vigile. “Falla finita!” Ma io volevo che togliessero le manette. Loro mi offendevano e io rispondevo a tono. Era inconcepibile che mi trattassero così».

“Sei una drogata”. «Facevo fatica a tirare su la testa - ha raccontato - ho cercato di mordere lo stivale a un vigile, volevo difendermi dagli insulti. Mi hanno tolto gli occhiali da vista e me li hanno messi nelle mani strette. Poi uno mi ha gridato: “Sei anche una drogata!” Questa frase mi ha fatto molto male. Ero in disintossicazione da un anno e non si può capire che sforzo si fa, come fa male una frase così. “Avrai anche l’Aids”, mi ha detto. Ho risposto e a quel punto sono partiti calci e non so cos’altro».

Colpo alla faccia. La donna racconta piangendo di aver preso botte per qualche minuto. «Avevo dolore dappertutto. Mi colpivano al busto, alle spalle, alla schiena, alle gambe. Dopo è arrivato il mio fidanzato che ha fatto in tempo a prendere gli occhiali». E quando il fidanzato si allontana, la situazione è precipitata: «Mi tirano su per i capelli e mi sbattono per la testa contro il portellone del furgone dell’infortunistica. Sento le ossa in faccia che si rompono. Mi volto e li vedo che si guardano. Avevano uno sguardo d’intesa».

In cella. Subito dopo, ancora ammanettata, viene fatta entrare nell’auto di servizio, la sdraiano sul tappetino dei sedili posteriori e la portano al comando dove rimane in una cella. «Chiedevo di liberarmi dalle manette, di portarmi in ospedale. Stavo malissimo, avevo un dolore acuto». Da allora non ha più visto quei vigili».

La carpigiana ha raccontato di essere stata portata all’ospedale: prognosi di 40 giorni e cure maxillofacciali al Policlinico. Sono state prodotte agli atti otto foto scattate dal fratello dopo le prime cure in ospedale: ritraggono il volto tumefatto con un occhio nero e vistosi gonfiori al naso e al mento.

“Non ricordo”. Sempre ieri sono stati sentiti altri testimoni: il fidanzato della vittima, il tamponato e i 4 giovani che soccorsero il tamponato. Tutte testimonianze percorse da una lunga serie di “non ricordo”: i fatti risalgono a tre anni fa e sono estremamente concentrati nell’arco di poco tempo, oltre a essere frammentari per ciascun testimone. Di qui la difficoltà nella ricostruzione dell’accaduto e soprattutto gli scarsi e lacunosi ricordi sull’aggressione riferiti in aula.

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