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cronaca

Una modenese racconta «Io, picchiata e umiliata così ho trovato la forza di uscire da un inferno»

Nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne ospitiamo il racconto di una donna modenese.Una storia vera, per riflettere su un problema che non è solo una notizia che scorre in tv al telegiornale, ma può essere un dramma vissuto ogni giorno da migliaia di donne. Anche qui nel modenesi.


25 novembre 2016 Una donna


MODENA. Sapete quale è il problema? È che sei sola, tanto sola e ti vergogni... Tanta vergogna. E poi ti senti in colpa. Approdai con questi sentimenti a un Centro anti violenza, quasi camuffandomi affinché nessuno potesse riconoscermi mentre suonavo il campanello e salivo le due rampe di scale, di cui una all'aperto, a favore degli sguardi del mondo.

Dopo aver raccontato la mia storia, dopo aver incontrato due volte una psicologa e una volta un'avvocata, mi hanno detto che ero una donna forte e che avevo tutte le caratteristiche per potercela fare: a separarmi e a ricominciare una nuova vita. Ricordo ancora il brivido ghiacciato che mi attraversò la schiena: avevo perso il lavoro due volte nell'arco di poco, a causa della crisi, avevo da poco riaperto la partita Iva, ma soprattutto avevo due bimbe piccole, nessun aiuto in città e nessuno che sapeva niente. Anzi, eravamo considerati la coppia più bella e felice del gruppo di amici che abitualmente frequentavamo, e pure dalle rispettive famiglie. Tornai nuovamente al Centro per chiedere aiuto sul percorso di separazione nelle mie condizioni, chiedendo quale poteva essere il loro aiuto concreto. Mi rifecero parlare con un avvocato, che in un altro quarto d'ora mi rispiegò le cose, e con la psicologa.

UN BEL SORRISO E UNA PACCA SULLA SPALLA. Di nuovo mi congedarono con un bel sorriso e una pacca sulla spalla dicendo: “Mi raccomando, se ha bisogno torni qui!”. Pensai che forse le violenze che mi sembrava di subire erano effettivamente poco gravi e la pericolosità che percepivo e la paura che avevo nei confronti di mio marito forse erano solo una mia invenzione... Strano, perché una costola incrinata me la procurai anch’io, oltre al resto e a tutta una serie di umiliazioni subite, anche davanti alle mie figlie, al di là degli oggetti rotti e degli impedimenti ad andare a vedere uno spettacolo, a partecipare a un convegno o a uscire liberamente di casa con un paio di tacchi o una scollatura più generosa, o ai pedinamenti per vedere se dicevo la verità quelle poche volte che mi concedevo, a suon di furiose litigate, una serata con le amiche.

MAMMA NON RISPONDERE AL PAPA' COSI' NON LITIGATE. Comunque, dopo una settimana di scoraggiamento e depressione totale, fui risvegliata bruscamente dalle parole di mia figlia che mi disse: “Mamma, tu devi capire una cosa: la devi smettere di rispondere al papà, tu devi stare solo zitta, non uscire e fare quello che dice, così non litigate più. Noi siamo stanche. E non ti preoccupare che se ti vuoi comperare un paio di scarpe, dopo le nascondi e noi non diciamo niente al papà”. Queste parole dentro di me detonarono una rabbia, un orgoglio represso, una forza... Ma che razza di madre indegna ero, chi stavo crescendo? Due femmine che non avrebbero mai avuto la possibilità di trasformarsi in vere donne a causa della mia debolezza! Mi feci schifo! L'indomani decisi di andare avanti nel progetto separazione, ma capii che da sola non ce la potevo fare.

DALLO PSICOLOGO DI NASCOSTO. Di nascosto iniziai ad andare dallo psicologo,junghiano: è stato come un papà, attraverso un meraviglioso percorso di analisi su di me attraverso anche la lettura dei miti, lo studio delle fiabe, degli archetipi, l'interpretazione dei miei sogni... Dopo quasi un anno trovai la forza di rompere parzialmente il silenzio con la mia famiglia, andare dall'avvocato e intraprendere il percorso per separarmi. Per mio marito era il secondo matrimonio che, da poco ho saputo, finiva per lo stesso motivo. Lì iniziò la fase B del mio incubo: lui non accettava (e tutt'ora non accetta). Strappò la lettera dell'avvocato, un giorno simulò il suicidio con tanto di ricovero, ma niente poteva più fermarmi: solo la morte (si sa, le rivolte degli oppressi sono le più terribili). Dovetti fare il ricorso in giudiziale, ma ormai ero decisa, avanti tutta, a marce forzate: ora la forza l'avevo davvero. Anche se i momenti psicologicamente difficili e pericolosi sono stati tanti, in particolare uno, dove me la sono vista brutta... Ma ancora non avevo avuto la forza di fare l'altro passo più importante, la denuncia alle forze dell'ordine.

L'AVVOCATO NON CAPIVA. L'avvocato non capiva il perché, ma in qualche modo io non ero ancora guarita da questo amore malato: ancora, a tratti, lo difendevo, lo giustificavo, mi faceva pena e mi sentivo colpevole. Un giorno d'estate presi anche questo coraggio, arrivai in questura, chiesi di parlare con qualcuno: la data della separazione si avvicinava, la paura cresceva, lui era sempre più agitato e io percepivo sempre più che era pericoloso. Mi spiegarono quanto in realtà anche loro hanno come le mani legate nella tutela delle donne; mi dissero che sì, la querela l'avrebbero raccolta, ma di fatto dall'ennesimo fatto grave era già passata una settimana, io non ero andata all'ospedale a farmi refertare nulla e quindi erano solo percosse e violenza psicologica. In quel caso, avrebbero potuto solo contattare semplicemente mio marito per segnalargli che una querela a suo carico da parte della moglie, ma poi lui sarebbe tornato tranquillamente a casa e avrei dovuto vedermela io... Mi consigliarono di non querelare e aspettare l'udienza della settimana successiva. Girai i tacchi e me ne andai.

IL CORAGGIO DI CHIAMARE IL 113.La notte stessa, l'ira di mio marito si scatenò, ma senza attendere troppo ebbi il coraggio di chiamare il 113 e arrivarono dei poliziotti meravigliosi: uno si occupò delle bimbe, addirittura lesse loro una fiaba con tale dolcezza che si addormentarono serenamente. L'altro, dopo un'ora e mezzo di colloquio con noi, obbligò mio marito ad andare a stare altrove fino all'udienza della settimana successiva. Così fece: loro non se ne andarono fino a che lui non uscì con la valigia per un settimana. Quando ci fu l'udienza, il giudice riuscì con doti di retorica e astuzia a trasformare la causa, partita come giudiziale, in consensuale, ma decretò l'allontanamento immediato di mio marito da casa dalla sera stessa con i soli effetti personali. Ora è un casino per il mantenimento, per la casa, per le centinaia di messaggi con insulti, il conto cointestato svuotato pochi giorni prima dell'udienza senza che io me ne accorgessi... Il pericolo non è passato, devo sempre guardarmi alle spalle.

ORA LA PAURA E' FINALMENTE PASSATA... Ma ora mi godo il fatto di andare a letto la sera serena e di poter dormire, tranquilla senza la paura che mi possa accadere qualcosa... e, credetemi non è poco! Tutta questo lo dico dopo aver letto l'articolo della Gazzetta di Modena che riporta le cifre delle donne che subiscono violenze nella nostra provincia: sono numeri raccapriccianti. La mia storia è finita bene, almeno per ora, incrociamo le dita: ma le istituzioni, i centri anti violenza devono ancora fare molti passi avanti... Ci vogliono risorse e leggi! Tante donne, magari meno determinate di me, psicologicamente più deboli, che non hanno la possibilità di farsi aiutare o con situazioni economiche di totale dipendenza dal marito, non ce l'avrebbero fatta. È la prima volta che racconto a qualcuno la mia storia e lo faccio solo per poter contribuire a sensibilizzare l'opinione pubblica ma anche le istituzioni e le forze dell'ordine su questi tragici temi.

Una Donna

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