Castelnuovo, lacrimogeni e manganelli: ricorso al giudice
Settore carni: nuovo sciopero con blocco alla Alcar Uno e la polizia usa la forza. Colpito un giornalista. Gli operai licenziati e “sfruttati” fanno causa alle aziende
CASTELNUOVO. È tornato il sole, e con il sole tornano le piogge di lacrimogeni e le pur sporadiche manganellate sugli operai-schiavi del settore carni. Manganellate che in occasione del primo eclatante sciopero alla Alcar Uno la Questura - nonostante evidenti filmati - si era prodigata a smentire, contrapponendo anzi il presunto lancio di tombini e pietre da parte degli operai, con un agente colpito al dito di un piede.
Ieri - invece della smentita - dalla Questura sono arrivate le scuse. Perchè il destino ha voluto che una delle randellate distribuite per liberare i cancelli della Alcar Uno e consentire ai camion di partire sia finita addosso ad un giornalista modenese. Medicato in ospedale e dimesso con una prognosi di cinque giorni dopo avere inutilmente urlato agli agenti che “era della stampa”.
«Dalle ore 6.30 - si giustifica una nota della Questura - sono proseguiti i presidi con picchettaggi, non preavvisati, da parte di una cinquantina di appartenenti ai SI Cobas che hanno bloccato l’accesso ai lavoratori e ai mezzi presso l'Alacaruno. Intorno alle ore 11.30, nonostante le numerose ed infruttuose intimazioni di sciogliere i presidi e consentire il ripristino della legalità, si è reso necessario l’utilizzo di un artifizio lacrimogeno a mano».
Smentendo la nota delle Questura, le immagini diffuse dal lavoratori, che si erano seduti davanti ai cancelli, dimostrano come dopo il lancio di parecchi lacrimogeni gli operai - una trentina - si sono aperti, e la polizia in assetto antisommossa ha occupato e presidiato con le camionette il cancello, facendo uscire i tir dallo stabilimento.
Durante questa manovra, alcuni operai hanno cercato ancora di fermare i camion, e lì sono volati altri... lividi.
La polizia parla di una decina di «esponenti del noto gruppo antagonista Guernica che permaneva irresolutamente a ridosso della barra di accesso all’azienda e di un muro di contenimento, rendendo necessaria una breve carica di alleggerimento, a seguito della quale anche tali irrisoluti si allontanavano». E tra questi quello che viene definito «un individuo che nel corso dell’intervento gridava a gran voce “stampa”. Questi veniva successivamente individuato per un giornalista del Resto del Carlino che lamentava di essere stato colpito da un manganello... con contusione all’avambraccio destro. Il Questore esprime dispiacere per l’accaduto e solidarietà al giornalista coinvolto confermando, tuttavia, che l’intervento preceduto dalle rituali intimazioni ad allontanarsi» è stato in sostanza legittimo.
Per tutta la mattina gli operai - 55 dei quali hanno perso il posto di lavoro, mentre altri 55 perderanno nel riassorbimento in una nuova coop di logistica i diritti che gli erano appena stati riconosciuti - hanno gridato slogan, invitando la polizia a comprendere la loro situazione e affermando che nel settore c’è una “mafia” inestirpabile, a danno dei più deboli. Nel replicare alla polizia, che li invitava ad allontanarsi per evitare che qualcuno si rompesse la testa, hanno risposto che gli è stata rotta la vita e di rivolgere altrove investigazioni e intimazioni.
Interpellati davanti alla Global carni di Spilamberto, a sua volta interessata dalle proteste di questi giorni, i titolari degli stabilimenti - la famiglia Levoni - hanno dichiarato di non avere nulla da dire in questa fase.
Tutti parlano di legalità, eufemistica finchè non verranno esaminate le condizioni di lavoro di operai assunti come facchini e costretti a lavorare da alimentaristi, tagliando carni 10 ore al giorno, sette giorni su sette. Molti hanno chiesto al giudice di essere riconosciuti e regolarizzati come dipendenti delle aziende presso cui lavorano da anni, con l’interposizione “fittizia” delle coop.
Alberto Setti
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