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Il racconto di una donna sassolese: «Io, violentata e costretta ad abbandonare mia figlia»

Il racconto di una donna sassolese: «Io, violentata e costretta ad abbandonare mia figlia»

Riccardina: «Nacque a Milano nel ’58: mio padre a tradimento la fece adottare. Penso a lei dal giorno in cui me l’hanno portata via: farò di tutto per trovarla»

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SASSUOLO. «Graziella, sono la mamma. Sei nata il 6 gennaio del 1958. Sei nata all’ospedale di Milano. E io ho dovuto lasciarti all’istituto dell’infanzia in viale Piceno 60 a Milano. Ma non per questo non è che non ti voglia bene e che non ti abbia pensato. Ti penso sempre. E ti voglio trovare. Io insisto e insisterò. Finchè ho forze io insisto a cercarti. Dammi una mano. Ti aspetto. Un bacione da mamma».

A parlare davanti alle telecamere di “Chi l’ha visto?” è la signora Riccardina. Ha le lacrime agli occhi, perchè quest’appello se l’è tenuto dentro per 58 anni, ovvero da quel giorno dell’Epifania del 1958, quando, a 17 anni, ha dato alla luce la sua primogenita, Graziella. Una figlia che Riccardina non ha concepito volontariamente, ma che era il frutto della violenza di un uomo molto più grande di lei. E un altro uomo, suo padre, le ha inferto la seconda ferita, costringendola a dare in adozione la neonata.

Siamo nella Sassuolo degli anni Cinquanta, Riccardina, classe 1941, è la terza di dieci figli e a 14 anni inizia a lavorare come mondina nelle risaie. A 16 anni viene violentata. «Un atto sgradevole», dice. «Ero ignorante, non sapevo che cosa avrebbe comportato quel gesto». È un’Italia arretrata quella in cui cresce Riccardina e la violenza sulle donne è un tema di cui non si parla e alle ragazze non viene spiegato nulla del sesso, se non prima delle nozze.

Poco dopo quella violenza il padre le procura un lavoro a Milano, come donna di servizio in una famiglia. Nè lei, né i genitori sanno che Riccardina è incinta. Ad accorgersene è la signora da cui presta servizio. Riccardina è sconvolta e la famiglia, invece di starle accanto, la abbandona. È costretta ad affrontare la gravidanza a Milano, senza il conforto dei genitori.

Partorisce all’ospedale Fatebenefratelli una bellissima bambina e la chiama Graziella. Lo fa in totale solitudine e nella stessa condizione trascorre il mese successivo all’Istituto di Protezione e Assistenza all'Infanzia di Milano. I suoi l’hanno abbandonata e hanno già deciso, Graziella andrà in adozione. Dopo un mese a Riccardina viene fatto firmare un foglio e lei non sa che si tratta della rinuncia alla figlia, che verrà affidata all’istituto affinché si trovi una famiglia dove farla crescere. Quello è anche l’ultimo giorno in cui vede la figlia: «Mi sentivo tranquilla firmando, perché accanto a me c’era mio padre. E invece mi aveva appena tradito».

Dopo un altro impiego presso una nuova famiglia («avevano un bimbo piccolo e dovevo accudirlo, invece di stare con la mia bambina»), Riccardina rientra a Sassuolo.

Ma stare in famiglia è doloroso: «Ero la pecora nera, non solo per mio padre, ma anche per mia madre. Una vergogna per la famiglia».

È un periodo buio per lei, finché non si sposa con Guerrino. Avrà un’altra bambina, Cristina, alla quale a 12 anni sarà diagnosticata la Sclerodermia, una malattia autoimmune. Riccardina, dunque, al dolore della perdita della primogenita, aggiunge quello della malattia dell’altra figlia, oltre all’invalidità del marito: «Ma si stringono i denti e si va avanti».

Ora, Riccardina, spera di poter ritrovare Graziella e di colmare almeno in parte quel dolore ormai senza tempo che l’ignoranza dei suoi genitori e di quel mondo le hanno inferto. (gib)

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