Morti alla Bbg, pietra tombale sull’inchiesta
Mirandola. Il giudice: «Nessun colpevole». Prosciolti anche i titolari e l’ingegnere che diede il via libera
MIRANDOLA. La giustizia di Modena mette la parola fine sull’inchiesta per la morte di tre persone, uno dei titolari e i due operai, schiacciati nel crollo della Bbg, il 29 maggio del 2012.
E la “sentenza” è perfettamente in linea con lo sviluppo di quattro anni delle indagini: nessun colpevole per quei morti. Al vaglio della magistratura c’erano le posizioni di otto indagati, due dei quali - a proposito di giustizia - nel frattempo deceduti. Da ultimo le verifiche si erano incentrate su due dei titolari e su un ingegnere che con un sopralluogo del 24 maggio aveva certificato la fruibilità dello stabilimento che pochi giorni dopo si accartocciava su se stesso, nella scossa che si è portata via le vite di Eddy Borghi, 40 anni, Vincenzo Iacono, 39 e del titolare Enea Gilli, sulla cui figura (quale addetto alla sicurezza dello stabilimento) peraltro nelle discussioni di questi anni si è discutibilmente cercato di scaricare buona parte delle responsabilità teoriche.
Il pm Luca Guerzoni, titolare delle indagini, aveva già chiesto l’archiviazione. Si erano opposte le famiglie dei due operai - oggi deluse - così ne è scaturita una udienza dal Giudice delle indagini preliminari, dottoressa Eleonora Pirillo, la cui decisione è stata diramata ieri: «L’assenza di qualsivoglia profilo di responsabilità colposa in capo agli indagati, ciascuno nel proprio rispettivo ruolo, conduce alla archiviazione del presente procedimento». Al giudice le famiglie dei due morti avevano chiesto di sviluppare meglio le indagini, per togliersi ogni dubbio su eventuali profili di responsabilità. I reati contestati erano la rovina aggravata di edifici e l’omicidio colposo plurimo.
«Nessuna integrazione probatoria sarebbe proficua di utili sviluppi», decreta invece nella ordinanza di archiviazione il giudice, lo stesso giudice che aveva già prosciolto Paolo Preti, titolare della Meta di San Felice, rinviando a giudizio il sindaco, il capo dell’ufficio tecnico e il tecnico privato che aveva firmato il “via libera” al rientro in fabbrica, prima del 29 maggio.
«Devono essere esclusi eventuali profili di colpa nella progettazione e costruzione dell’edificio ed è stato accalarato che i crolli verificatisi debbano essere addebitati esclusivamente alla straordinaria potenza dell’evento sismico occorso», precisa il giudice in merito ai progettisti. Chiarendo che l’ingegnere che diede il via libera aveva sì adoperato uno stampato non idoneo - errore che il giudice addebita peraltro al Comune - ma che l’edificio dopo il 20 maggio non aveva riportato danni rilevanti, ma solo «un piccolo spostamento della sommità del pilastro sud ovest, peraltro già messo in sicurezza con una sella di acciaio. Pertanto la valutazione di idoneità statica era corretta...».
Alberto Setti
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