«Aiutando i disabili ho capito di amarli Ora è un lavoro»
Giulia Colavito è partita dai crediti formativi con la docente di religione a scuola. All’Ausl è tecnico della riabilitazione
MODENA. «Il volontariato insegna a ridimensionare i propri problemi, a ricalibrare la propria vita su cosa è davvero importante rivedendo la propria scala delle priorità; insegna a rivedere e modificare il proprio punto di vista sul mondo, abbattendo pregiudizi e preconcetti; insegna a mettersi nei panni dell'altro, a pensare che forse non siamo poi tanto diversi e che un domani potresti esserci tu al posto di chi stai aiutando».
Parola di Maria Giulia Colavito, 27 anni, di Modena, che nella vita lavora presso il Centro di Salute Mentale di Pavullo come tecnico della riabilitazione psichiatrica ed è attiva nel mondo del volontariato dalle scuole superiori.
«Quello che mi appaga - spiega - è poter essere utile agli altri con i miei limiti e con le mie risorse. Quando ero in terza superiore è partito il mio percorso di scoperta di questo mondo così vasto, quello del volontariato e dell'associazionismo modenese, che è stato anche un percorso di crescita e scoperta di me stessa. All'epoca, la nostra professoressa di religione ci fece la proposta di provare a sperimentarci in attività di volontariato che alla fine dell'anno ci avrebbero fruttato un credito formativo.Così scelsi di prestare servizio al doposcuola di una scuola elementare di Modena, un pomeriggio a settimana».
«Di qui passai nell'anno del diploma al servizio presso la Casa della Carità di Cognento con alcuni disabili - continua - Raccoglievo i pomodori nell'orto e innaffiavamo le piante, preparavo la macedonia per la merenda. Lì riuscivano a convivere persone con difficoltà differenti ma che mettevano a disposizione degli altri le proprie abilità. Forse è stata l'esperienza che ha orientato il mio percorso di studi».
All’università Maria Giulia cambia nuovamente ambito e presta servizio presso la comunità “Coccinella” dell'associazione Marta e Maria dedicata all'accoglienza di ragazze minorenni in stato di abbandono o allontanate dalle famiglie d'origine.
«Visto che tutte frequentavano la scuola, un pomeriggio a settimana le aiutavo nei compiti - spiega - Il mio viaggio nel mondo del volontariato non si è arrestato dopo la laurea. Infatti, dopo aver lavorato sei mesi in un asilo, ho deciso di spendere un anno della mia vita provando l'esperienza del servizio civile presso la comunità per persone con disturbi psichiatrici La Barca a Cognento. Lì è arrivata quella che per me ha rappresentato la conferma finale sulla giustezza del mio percorso di vita. Per completare questo anno che per me è stato davvero molto bello ed arricchente dal punto di vista umano ho deciso di aderire a un campo missionario in Etiopia promosso da Centro Missionario Diocesano e questa esperienza mi ha aperto a nuovi orizzonti. Una volta tornata infatti, ho voluto provare a conoscere il mondo legato all'immigrazione e la strada che mi si è aperta è stata quella di fare la volontaria al Centro d'ascolto della Caritas e, in carcere, con l'associazione Carcere Città, due esperienze molto forti».
«Da un anno a questa parte - conclude - avendo cambiato lavoro e orari, sono cambiate anche le mie disponibilità di tempo ma continuo a fare volontariato: insieme al mio fidanzato partecipo all'unità di strada organizzata da Porta Aperta, incontrando le persone che vivono in strada, provandole a conoscere offrendo loro d'inverno qualche coperta e un po’ di tè caldo. È sorprendente come la città cambi dal giorno alla notte: in particolare, mi ha colpito la stazione dei treni dove di sera incontriamo la maggior parte delle persone».
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