Rivive l’epopea della Cdr, fede e sogni per i ragazzi
Neil’area di via Tamburini dopo la guerra nacque un’esperienza unica Campi da gioco e scuole professionali, finanziati anche dalla regina Elisabetta
Un’idea folle e visionaria per i tempi ma diventata realtà in dieci anni per dare un mestiere e a volte una zuppa calda a bambini e adolescenti vittime del conflitto. Rischi mortali durante la seconda guerra mondiale diventati saldi vincoli di rispetto e di collaborazione alla fine dei combattimenti, capaci di spingere anche la regina Elisabetta d’Inghilterra a finanziare la costruzione di una struttura cattolica a tremila chilometri di distanza come segno di gratitudine per i 250 militari inglesi messi in salvo dai modenesi.
Tutto questo messo insieme grazie alla tenacia di due sacerdoti, don Elio Monari e don Mario Rocchi, due imprenditori come Peppino Vismara e Mario Lugli, e una rete di credenti e non credenti che ha creduto tenacemente nel progetto della Città dei ragazzi per anni. Don Monari è morto, torturato e ucciso da tedeschi e fascisti nel 1944; don Rocchi è spirato sessant’anni dopo, nel 2014. Da due mesi aveva compiuto 101 anni.
Le storie di ieri e di oggi sono intrecciate in maniera così stretta che gli eredi di quell’avventura hanno voluto tramandare l’epica e la cronaca dei fatti per non disperdere il patrimonio di idee e ideali che hanno permesso a migliaia di giovanissimi modenesi di imparare un mestiere e di trovare un riparo dalle difficoltà delle famiglie. E ad altre migliaia di avere a disposizione attrezzature per la pratica sportiva e la formazione. Il tutto è raccolto nel libro pubblicato da Artestampa (La Città dei ragazzi di Modena, 320 pagine, 30 euro). Il volume, ricco di fotografie dell’epoca e di testimonianze dirette, fa seguito alle due pubblicazioni precedenti edite in occasione del 40° e del 50° anniversario della fondazione della struttura che oggi ospita campi di calcio e piscina oltre a un centro di formazione professionale.
L’epopea nasce a metà degli anni Trenta quando, dopo la legge che scioglie d’autorità i gruppi scout nei paesi con meno di 20 mila abitanti, gli oratori si aprono ai metodi educativi di don Bosco e dei Salesiani, curando la formazione materiale e non solo spirituale dei più giovani. Per alcuni dei sacerdoti che escono dai seminari modenesi negli anni che precedono la guerra, l’anelito di combattere la miseria diventa un imperativo morale. E mentre don Zeno Saltini tra la Bassa e il Mantovano crea le premesse della comunità che poi diventerà Nomadelfia, a Modena altri preti affiancano alle preghiere dal pulpito l’organizzazione di iniziative sportive e dopolavoristiche. Don Rocchi nel 1939 è uno di questi quando è cappellano a Saliceta S.Giuliano. Nella sua mente è ben chiara l’esperienza della “Boys Town” nel Nebraska, la città dei ragazzini abbandonati ben lontana dall’esperienza degli orfanotrofi tradizionali.
La guerra moltiplica sofferenze e sforzi che trovano una svolta con la resa agli Alleati angloamericani nel 1943. A Modena don Elio Monari e il responsaile di Giustizia e Libertà con i partigiani del Partito d’Azione si attivano per dare vestiti e documenti falsi, facendo evadere e portando al sicuro in Svizzera i militari inglesi. I salvati, guidati dal maggiore Peter Lewis, si mobilitano per raccogliere sterline e dollari sui due lati dell’Atlantico. Il primo benefattore è Giuseppe Vismara, industriale brianzolo trasferito a S.Cesario, che appoggia e organizza l’acquisto del terreno di via Tamburini.
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