«La Cdr è un tesoro per la città»
Il vescovo tra i “ragazzi” di ieri e di oggi alla presentazione del libro sui 70 anni della struttura
«Un’azione silenziosa, ma efficace per la città». Difficile sintetizzare settant’anni in una frase. Eppure, l’espressione di don Erio Castellucci riassume l’anima della Città dei Ragazzi.
Il vescovo ha partecipato ieri all’inizio dei festeggiamenti nella sede di via Tamburini.
Sarà un “piccolo Giubileo” che si concluderà tra un anno. Ieri è stato presentato un libro (La Città dei Ragazzi di Modena, Artestampa), ma vi saranno altre tappe, tra cui un passaggio in Consiglio comunale e una preghiera. L’ha chiesta ieri don Stefano Violi, il padrone di casa, a don Erio. L’idea è un abbraccio multietnico perché «più siamo cristiani più siamo accoglienti». Un po’ come avviene da tempo nella sede nata dall’intuizione di don Elio Monari e don Mario Rocchi.
Era il 1946, la seconda guerra mondiale era appena finita e c’era da costruire insieme un futuro. «Quando ho cominciato a venire alla Città dei Ragazzi avevo sette anni - ha ricordato Vittorio Bertolani - ora ne ho 74. Ricordo ancora i campeggi e la figura di don Mario. La piscina in costruzione d’inverno gelava ed era la nostra pista di pattinaggio. Alla Cdr ho imparato l’amicizia sia tra bambini sia con don Sergio, don Mario, don Franco. Oggi mi chiedo come sia la Città dei Ragazzi: sicuramente s’è evoluta».
La risposta è giunta da un giovane atleta. Centrocampista, da nove anni indossa la maglia della Cdr.
«Ho iniziato perché c’era un mio amico che giocava - ha spiegato Andrea Molinari - e poi mi sono innamorato di questo posto. Per me è diventata come una grande famiglia, ho tanti amici con cui gioco da tanti anni. So che non è facile continuare la carriera da calciatore, ora lo faccio per divertirmi». Chi è cresciuto come atleta e come persona alla Cdr è Roberto Murgolo, da cinquantuno anni nell’ambiente.
«Carlo Colotti ha recuperato tantissimi ragazzini dalla strada - ha ricordato - come noi. Giocavamo in un campetto vicino e vedemmo stese le magliette della Città dei Ragazzi. Le rubammo e le utilizzavamo per giocare. Colotti se n’accorse e venne in campo da noi. Anziché denunciare o fare azioni repressive ci propose uno scambio: gli avremmo ridato la muta ufficiale della Cdr e ci avrebbe regalato un’altra muta se fossimo venuti a giocare alla Città dei Ragazzi. Ci ha coinvolti e in una quindicina iniziammo a frequentare la Cdr».
Non è stato un esempio isolato. «Ha recuperato un intero quartiere di bambini - ha aggiunto l’uomo - che poi hanno frequentato la Cdr. Sono arrivato al Sassuolo in serie D e tutto è nato qua. Oggi è ancora un punto di grossa aggregazione. Non è soltanto un discorso nostalgico: don Mario ha contribuito ad aggregare tantissimi ragazzi che si sarebbero persi. È un esempio straordinario».
Ne è convinto anche Mauro Ghelfi, in Cdr dal 1965 al 1968.
«Era una realtà molto avanti per i tempi - ha concluso Ghelfi - perché ci si divertiva, c’era il cinema, si stava tra amici. Era l’alternativa alla strada, è stata importantissima per me e tanti coetanei, provenienti anche da fuori Modena. Oggi è un polo multietnico per tantissimi ragazzi. Si continua a seminare del buono: ben vengano esperienze così».
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