Modena, i gioielli di San Pietro dall’organo del 500 alla tomba di Tassoni
La storia del complesso riporta fino al 270 a.c. ad un’area dove si dice pregasse anche S. Geminiano
È uno dei luoghi di culto più suggestivi di Modena, in cui si dice andasse a pregare anche San Geminiano. Il complesso monasteriale di San Pietro ha una storia antichissima iniziata nell'area che nel 270 a.C. era occupata dal tempio dedicato a Giove Capitolino riconvertito quasi quattrocento anni dopo, in chiesa paleocristiana dedicata all'apostolo Pietro, sui cui ruderi, secondo la tradizione e quanto riportato da Patrizia Belloi ed Elis Colombini nella loro “Guida di Modena”, San Geminiano si raccoglieva in preghiera durante la notte, percorrendo una via sotterranea che collegava l'antico Vescovado a ciò che restava della chiesa. Lo storico Gusmano Soli però non riteneva che fosse San Pietro il luogo in cui il nostro patrono si ritirava in preghiera: “quegli avanzi probabilmente erano appartenuti ad altra costruzione fatta assai più tardi nel luogo stesso ove sorgeva la prima, quando cioè, essendo cessato il dilagare delle acque e sistematosi il piano, cominciò ad erigersi la Modena medievale, costruzione poi che era già in ruina nell'anno 983”. Ed è proprio risalente al 983 il documento con cui il vescovo Ildebrando concesse a prete Stefano di erigere un oratorio nel luogo ove sorgeva una chiesa dedicata a San Pietro. Nel 996 il vescovo Giovanni fondò un monastero accanto alla chiesa a cui impose la regola di San Benedetto, il primo convento di uomini di cui si faccia menzione a Modena. Il monastero divenne indipendente nel 1148 e dopo un periodo di crisi fu aggregato nel 1434 alla Congregazione di Santa Giustina, poi Cassinese. Durante l'epoca della rivoluzione francese, il monastero venne soppresso e la ricchissima biblioteca spogliata dei suoi importantissimi libri miniati e anche di tutti gli oggetti preziosi salvo pochissime cose che servirono per pagare le imposte volute da Napoleone. Nel 1818 fu riaperto dal Duca di Modena Francesco IV e nuovamente chiuso dai Savoia nel 1866: in entrambi i casi un monaco rimase come parroco. Nel 1911 venne ristabilita la comunità monastica e, a parte una breve interruzione dal 1926 al 1938, i benedettini sono sempre stati presenti in questa abbazia. La facciata, opera del Barabani, venne iniziata nei primi del Cinquecento, è in cotto ed ornata da terrecotte raffiguranti cavalli marini annodati e satiri alati mitologici realizzate dai fratelli Bisogni. I tre portali in marmo (sui cui capitelli spicca l'aquila estense) sono sormontati da altrettanti rosoni. Di grande pregio anche il campanile a vela eretto nel 1629. All’interno sono custoditi veri e propri tesori come le terrecotte del Begarelli, i quadri di Bianchi Ferrari, di dell'Abate, di Cavedone, di delle Catene, di Lana, del Vignola, di Munari e tanti altri. Il prezioso coro ligneo è opera del Testi e lì vicino spicca il grandioso organo cinquecentesco, dipinto e ancora funzionante, opera di Giovan Battista Facchetti. Nella parete sinistra della crociera, in basso, si trova la lapide che ricorda la sepoltura di Alessandro Tassoni. Tra le altre curiosità una riguarda la “spezieria”. In principio al servizio dell'infermeria interna, nel '500 fino alla riforma sanitaria della seconda metà del XVIII secolo, ricoprì una grande importanza all'interno dei servizi medico-farmaceutici della città e dell'intero ducato. I prodotti offerti spaziavano dai distillati alle varie lavorazioni di spezie e dei fiori coltivati nel cortile annesso al monastero. Celebri erano i “pastelli per profumi” a base di incenso e ginepro, mirra e garofano. Ma il best seller del tempo era la “Teriaca”, di cui il monastero aveva l'esclusiva ducale sia della fabbricazione che della vendita. La “Teriaca” era una sorta di panacea per un sacco di malattie. Aveva l'aspetto di una noce ed era composta con carne macerata di vipera femmina dei Colli Euganei, non gravida e catturata qualche settimana dopo il letargo invernale, privata della testa e delle viscera, bollita in acqua salata, aromatizzata, triturata e impastata con pane secco e mescolata con oppio. Il "pesto" veniva lavorato in forme tondeggianti delle dimensioni di una noce e posto ad essiccare per poi essere pronto all'uso. Chiusa nel 1796, la Spezieria è stata riaperta nel 2007 e vende prodotti di altri monasteri benedettini italiani ed europei.
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