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Parliamoci. Crisi di governo, transizioni ragionevoli

Enrico Grazioli
Parliamoci. Crisi di governo, transizioni ragionevoli

Una transizione ragionevole per realizzare la volontà espressa dal referendum: votare nuove Camere, da cui nasca un governo completamente legittimato

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Una transizione ragionevole per realizzare la volontà espressa dal referendum: votare nuove Camere, da cui nasca un governo completamente legittimato. Senza accelerazioni che lascino senza guida un Paese scosso e diviso. L’hanno chiamata così questa fase, che ci ripropone alcune scene del parlamentarismo italiano di cui si farebbe a meno, come la sfilata dei leader di sé stessi saliti al Colle per essere consultati e guadagnarsi una foto... Pazienza, si è visto e si rischia di vedere anche di peggio.

Magari in quell’altra transizione appena iniziata, che solo uno straordinario ottimista può immaginare ragionevole: quella che deve portare il Pd a darsi congressualmente un leader e a capire cosa ancora è e cosa può forse (finalmente) diventare. Nel rifiutare un reincarico con le ali spennate, Renzi è stato coerente e prudente: bocciato come ispiratore della riforma costituzionale, come capo in solitudine (fedelissimi a parte) di un governo che voleva plebiscitato, rimane il segretario del partito che ha la maggioranza dei parlamentari. Ma che difficilmente è considerabile oggi il partito di maggioranza nell’elettorato: almeno di una maggioranza in grado poi di governare davvero. E se quel 40% di Sì, qualunque senso e provenienza abbia, ha una speranza di convertirsi in argine ai populismi e al caos alimentato da chi spera di vivere di interdizione, questa chance passa dalla rigenerazione di un partito oggi più simile a una majonese impazzita che a un mosaico di anime diverse, capaci di cogliere e portare a sintesi i segnali della società.

La semplice resa dei conti è il plot più probabile in palinsesto. E sarebbe un’altra occasione persa, chiunque la vinca. Soprattutto se lo sguardo rimarrà inchiodato agli apparati, alle truppe e ai generali o sergenti in perenne assetto di guerra. Mentre fuori, nel Paese reale, ci sono esempi di come l’area progressista, se dirla riformista oggi fa pensare troppo a Renzi, sa ancora dare risposte e persino governare stando in relazione con i cittadini: basta guardare ai territori invece che alle correnti, alle amministrazioni locali (tante, anche piccole) invece che alle direzioni o alle segreterie. Dare loro voce, peso e valore sarebbe ragionevole e anche più di una transizione.

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