“Laika” di Ascanio Celestini: non un teatro di denuncia ma sulla condizione umana
MODENA. «Non chiamatelo teatro di denuncia». Domani e domenica Ascanio Celestini porterà in scena allo Storchi “Laika”. Il drammaturgo rappresenterà sul palco realtà troppo spesse ignorate. «Quando...
MODENA. «Non chiamatelo teatro di denuncia». Domani e domenica Ascanio Celestini porterà in scena allo Storchi “Laika”. Il drammaturgo rappresenterà sul palco realtà troppo spesse ignorate. «Quando intervisti facchini, tutti africani, immigrati che lavorano in una situazione difficile e devastante - spiega il regista-attore romano - ti rendi conto che stanno conducendo battaglie importanti. Sono tra i pochi in Italia la cui condizione migliora e che stanno ottenendo pian piano i loro diritti». Tutte storie che si potranno conoscere domani 17 dicembre alle 20 e domenica alle 15.30. Il punto di vista sarà particolare, sprezzantemente occidentale se volete. «Ho iniziato a costruire personaggi con cui potessero interagire - racconta l’autore, più volte impegnato in opere forti quali “Pro patria” - come una prostituta, una vecchia, un barbone. Tutti sono raccontati da un uomo appena rientrato dal bar. Racconto anche un mondo in cui l’interazione diretta con la realtà è davvero minima». Più volte il protagonista è stato accostato a Gesù, ma lo scrittore non la vede così. «È piuttosto un povero Cristo - aggiunge - perché questi personaggi non sentono l’esistenza di Dio. C’è bisogno dell’uomo». Documentari e libri, testi teatrali e film di Celestini sono impregnati di temi sociali. «La mia non è tanto una denuncia - rivela l’autore poliedrico - perché chi scrive deve cercare prima di tutto la condizione umana. Penso ci sia un equivoco sul ruolo dell’arte. Negli ultimi anni, soprattutto nel mondo del teatro, c’è chi sale sul palco e denuncia. In scena è passato un po’ di tutto: catastrofi, accidenti, scandali. Alcuni l’hanno fatto in modo indiretto, come Dario Fo o Marco Paolini; altri invece rendono imbarazzante il lavoro dell’artista». Un compito che resta importante nonostante il passare dei secoli. «Quando in scena reciti bene l’Amleto sembra che tu sia meno significante per la società - prosegue Celestini - ma non è così. Il teatro ha il compito di raccontare la condizione umana. In questo senso ha una funzione rilevatrice, almeno in parte. Spesso il mondo raccontato dal teatro è sporco, brutto, degradato». La purificazione o “catarsi” di cui parlava Aristotele? «Non è più possibile - risponde il più volte premiato autore - perché il teatro greco era altro. Per lo spettatore le rappresentazioni erano una missione. Allora c’erano le divinità, un alto e un basso. Oggi Dio non è più contemplato. È possibile trovare il grottesco: la rivelazione oggi può essere fatta attraverso il riso». Lo scorso anno Celestini aveva portato lo spettacolo al Dadà di Castelfranco. Conosce il nostro territorio. «Per tre anni ho lavorato a Rubiera - prosegue il regista - e molti anni fa ero venuto a Modena con l’Associazione nazionale partigiani italiani (era il 2005). La città è bellissima, neanche a parlarne». Se la bellezza di Modena non è mutata, è cambiato il modo d’iniziare a recitare. «Sessant’anni fa chi voleva fare teatro andava all’Accademia o andava in cerca di una compagnia del giro - conclude Celestini - mentre ora è diverso. Le scuole di teatro si sono moltiplicate. Bisogna innanzitutto drizzare le antenne e cercare. C’è tanto caos e ognuno deve trovare la sua strada».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
