Addio a Silvio Miana Dalla clandestinità a senatore per il Pci
Le condizioni di salute si erano aggravate una settimana fa Protagonista delle lotte dopo l’eccidio alle Fonderie nel ’50
Si è spento ieri pomeriggio al Policlinico Sivio Miana, personaggio di spicco del Pci, senatore per tre legislature e protagonista della vita politica del dopoguerra. Aveva compiuto a settembre 90 anni. Le sue condizioni di salute si erano aggravate all’improvviso una settimana fa e anche i figli Marco e Carla avevano visto affievolirsi le loro speranze.
«A dieci mesi di distanza dalla scomparsa della mamma - dice commosso Marco Miana - se n’è andato anche lui lasciando un grande vuoto. Ci ha insegnato a tenere la schiena diritta e ad avere il coraggio delle nostre idee».
La moglie, Carmen Chiappelli, scomparsa lo scorso febbraio, l’aveva conosciuta durante la guerra mentre già era vicino all’apparato clandestino del Pci, in via di formazione dopo l’armistizio del 1943. Lei abitava con i genitori tra Castelfranco e Piumazzo, tra le sorelle più giovani di una famiglia con undici figli e quattro maschi in montagna, tra i partigiani, per evitare l’arruolamento nella Repubblica Sociale con i sostenitori del regime mussoliniano.
Nell’immediato dopoguerra il fidanzamento ufficiale, negli anni duri che andarono dalle elezioni per l’Assemblea Costituente alla sconfitta del 18 aprile del 1948. Silvio Miana, silenzioso uomo nella federazione del Pci, aveva incarichi sindacali; le fabbriche erano in ebollizione, con gli industriali ansiosi di riprendere il controllo delle fabbriche senza intermediazioni con politici o rappresentanti dei lavoratori. Si arrivo così a quello che fu chiamato l’eccidio delle Fonderie il 6 gennaio 1950. Nel corso di una serrata preordinata dal proprietario Adolfo Orsi, per arrivare a licenziare i 560 dipendenti, le forze dell'ordine aprirono il fuoco contro i manifestanti dai tetti della fabbrica. Sei operai rimasero uccisi.
Modena fu isolata dal resto d’Italia dai blocchi stradali di uomini in divisa. In quel clima da coprifuoco le linee telefoniche furono interrotte: Miana corse in moto a Reggio da dove avvisò Roma dell’accaduto e Di Vittorio e Togliatti si mossero subito. Il pragmatismo mostrato in quell’occasione gli merito l’attenzione e poi il plauso del leader Togliatti e l’attenzione di Giuseppe D’Alema, in missione a Modena per tre anni, per ricucire le tensioni tra l’anima più ribelle degli ex partigiani e i nuovi che volevano voltare pagina.
Così nel ’55 diventò segretario della federazione provinciale e poi, nel ’62 si trasferì con la la famiglia a Roma, con l’incarico di presidente della Lega Nazionale delle Cooperative. Restò nella Capitale, prima deputato e poi senatore, sempre per il Pci, dal '76 all'87. La famiglia rientrò a Modena, anche per far frequentare le scuole modenesi ai figli.
Grande amico del sindaco Rubes Triva, primo cittadino di Modena dal ’62 al ’72, portò le necessità del territorio modenese in Parlamento.
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