Modena, quei “malati di freddo” che si rifugiano al pronto soccorso
Alcuni senzatetto passano la notte stazionando nella sala d’attesa dell'emergenza al Policlinico. Il direttore: «Li accogliamo e cerchiamo di inserirli in un percorso di recupero»
MODENA. C’è freddo? Allora la notte la si passa al pronto soccorso. Non appena lo zero diventa un grande nemico, anzi il nemico numero uno, allora ecco che chi non ha alternative diventa un “malato di freddo” e come ciascun cittadino che abbia bisogno di una qualsiasi prestazione al pronto soccorso, si piazza nella sala d’attesa. E attende che la notte passi. L’ambiente è caldo, ci sono le sedie, c’è anche sempre qualcuno con cui fare due chiacchiere e ci sono ovviamente anche i bagni.
Non è una moda, non è un assalto, ma, purtroppo, una necessità. Ci sono persone che vivono in strada che cercano rifugi al caldo: dai sottopassaggi della stazione a panchine o piccole aree dei parchi, da edifici abbandonati a strutture come il Policlinico.
«Non si tratta certo di una invasione - spiega il dottor Antonio Luciani, direttore del pronto soccorso - e questo fenomeno, che esiste, non ha creato criticità, né per il personale che lavora al pronto soccorso né per i cittadini che lo frequentano. Si tratta di senzatetto di fatto: persone che non sanno dove andare e che hanno trovato questa possibilità. Non ci sono però presenze fisse, dei cosiddetti habitué che si piazzano nella sala ogni notte, ma alcune persone che vi gravitano, che ogni tanto appaiono». E certamente, spiega il direttore, questi clochard non vengono cacciati. «Anzi - aggiunge Luciani - questo può essere un’occasione per “agganciarli”, farli rientrare in percorsi che già esistono e che sono concordati con l’amministrazione comunale, con i servizi sociali o con chi si occupa delle emergenze sociali».
Basti pensare che già da una decina d’anni fa esiste il cosiddetto il progetto homeless, che prende vita dalla constatazione che il pronto soccorso non sia soltanto un luogo in cui si eroga una prestazione medica d’emergenza.
Vi sono anche le emergenze sociali: anziani, senza fissa dimora, immigrati, tossicodipendenti, donne sole, disoccupati, passano dal pronto soccorso piuttosto che in altre istituzioni della comunità. In questo senso c’è il coordinamento tra servizi sociali e pronto soccorso.
Del resto “la strada” viene monitorata già da tempo: ci sono le unità di strada, i gruppi organizzati di volontari che si recano nei luoghi dove le persone disagiate trovano riparo, c’è l’ospitalità a Porta Aperta, nelle parrocchie disponibili e nei luoghi individuati dai Servizi sociali nei casi in cui le condizioni di salute di qualche clochard lo richieda sino ad arrivare all’organizzazione di strutture in caso di temperature “polari”. «E’ compito anche nostro - spiega i direttore - provvedere ad alcuni disagiati cronici, persone di cui conosciamo e seguiamo i casi. Mi riferisco ad esempio ad alcuni etilisti, a tossicodipendenti. Spesso questi arrivano in ambulanza dopo giornate particolarmente “intense” per loro. Si tratta, è evidente,. di casi che seguiamo da tempo e che conseguentemente sono noti anche ai servizi comunali. Nella sala d’attesa del pronto soccorso , dicevamo, approdano anche delle persone che non rientrano nei percorsi concordati, sbandati sporadici o nuovi. Non offriamo dunque soltanto accoglienza, ma nel tempo c’è per loro anche la possibilità di essere incanalati verso un recupero».
Senzatetto solo al pronto soccorso? Tempo fa erano meta appetibile i sotterranei, alcuni per ripararsi rimanevano all’interno dell’ospedale e si rifugiavano nei piano poco visitati o dove c’erano lavori in corso. Ora il fenomeno è stato pressoché azzerato con appositi controlli, sorveglianza di telecamere e chiusure interne di passaggi.
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