«Non ho più potuto tacere dopo le bugie di Pansa»
«Quando ho letto quello che continuava a scrivere Pansa contro i partigiani nel loro insieme, gettando fango su tutto il movimento partigiano, non ne ho potuto più. Mi sono decisa a scrivere anche se...
«Quando ho letto quello che continuava a scrivere Pansa contro i partigiani nel loro insieme, gettando fango su tutto il movimento partigiano, non ne ho potuto più. Mi sono decisa a scrivere anche se non sono brava e la mia scrittura sui fogli di carta era difficile da ricopiare al computer anche da parte di mia figlia. Mi creda, di fronte alle falsificazioni non è stato possibile tacere».
È un fiume in piena Savina Reverberi Catellani quando parla della faticosa genesi di un libro che non è solo un diario di memorie di famiglia ma si allarga sino a diventare il ritratto di una generazione, una foto in bianco e nero che riemerge dalle pagine ingiallite di un libro di storia.
«Pansa - continua - si dimentica degli autori delle stragi fasciste contro civili inermi, li ignora. Ma è prontissimo a puntare il dito nei casi di vendette private, sugli omicidi avvenuti nei giorni confusi alla fine della guerra. E ogni è pretesto è buono per attaccare in blocco tutti quelli che andarono in montagna a combattere i fascisti sacrificando la loro gioventù per tutti gli italiani».
Il libro alterna momenti privatissimi di felicità domestica, come il ritorno a casa del papà in divisa e con sei mele come regalo, al racconto serrato delle manovre dei delatori, delle spie e degli infiltrati. Tutti indicati con nome e cognome, per spiegare le ragioni dei rastrellamenti compiuti dai tedeschi, effettuati con l’elenco delle persone da catturare, casa per casa, compilato assieme ai fascisti italiani. E poi ancora la concessione della medaglia d’oro, che ad anni di distanza risultò fasulla, costringendo la famiglia a una denuncia: il ministero ne rispedì un’altra, finalmente in oro vero, senza nemmeno un biglietto di scuse per la truffa. E poi ancora la visita della moglie del deputato Pci Umberto Terracini, che portò un mazzo di fiori per ringraziare dell’aiuto dato durante la guerra quando il marito era stato incarcerato nel Forte Urbano. (s.c.)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google