«Una vita per raccontare il martirio di mia madre»
Dopo 72 anni esce grazie alla figlia la testimonianza su Gabriella Degli Esposti L’impegno con i partigiani, le torture delle SS sino alla morte e i nomi dei delatori
Anche due giorni fa c’era freddo e il cielo scuro, a Castelfranco, come quel 17 dicembre del 1944 quando le SS guidate dal tenente Karl Shiffmann fucilarono Gabriella Degli Esposti e altri nove partigiani dopo cinque giorni di torture ininterrotte e umiliazioni. Dalle frustate con i cavi metallici alle bruciature alle bastonate e al nervo di bue: nulla fu risparmiato per ottenere i nomi e i riconoscimenti delle centinaia di giovani della zona e dei paesi vicini che erano stati rastrellati e catturati con l’aiuto dei militi della Rsi. Alla fine, non avendo potuto ottenere nomi, li fucilarono a S.Cesario sulle sponde del Panaro. Per Gabriella Degli Esposti si accanirono ancora, strappandole i seni con le pinze e strappandole un occhio per volta prima di finirla.
Da allora, come ogni anno dal 1945, si riuniscono i familiari e i superstiti di quegli anni di piombo nel luogo dove avvenne il supplizio e dove oggi c’è un cippo con i nomi delle vittime. «Lo hanno messo vicino al fabbricato demolito per far posto alla coop Le Magnolie - dice con un piega amara sulle labbra la figlia Savina Reverberi, 84 anni - Lì c’era un enorme magazzino dove durante la guerra c’era l’ammasso della canapa. Hanno sbagliato a cancellare il ricordo materiale di quei fatti: in una stanza c’erano ancora le macchie di sangue di mia madre e di altri. Ora è tutto sparito».
Dopo 72 anni “Savi”, come la chiamavano da piccola, ha ancora negli occhi l’orrore di quei giorni, dell’arrivo delle SS e del rapimento di sua madre, l’ultimo abbraccio alla figlia dodicenne che urlava il suo nome trattenuta dai soldati mentre altri la caricavano sul camion. Il fiume della vita è passato oltre, lei si è sposata, ha due figlie e dei nipoti ma solo ora ha deciso di mettere tutto nero su bianco. Un racconto accorato, dove non manca l’indignazione per i delatori e i torturatori fascisti impuniti e in libertà alla fine della guerra, ma c’è pure gratitudine per le persone che le sono state vicine. E c’è anche una parola di umana pietà per quei pochi soldati tedeschi che furono gentili con le due bambine, lei e la sorella.
Artestampa ha appena pubblicato la biografia scritta da lei stessa, un volume di 655 pagine ricco anche di documenti dell’epoca e fotografie. “Gabriella Degli Esposti, mia madre” è il titolo del libro che si è portato nel cuore per una vita. «La verità e i particolari di quello che fu fatto a mia madre - spiega nel libro - li ho conosciuti negli anni successivi alla guerra. Mio padre fu molto protettivo nei miei confronti e verso mia sorella, evitando di dirci le crudeltà e le umiliazioni a cui l’avevano sottoposta. Ad esempio ho scoperto perché teneva sempre un filo di paglia con la foto di mia madre nel portafoglio: la paglia, come mi disse un testimone al processo del 2004 contro Schiffmann, l’aveva messa lui sotto il corpo insanguinato di mia madre ma gliela fecero togliere e lo picchiarono».
Già, il processo. Vent’anni fa si scoprirono i fascicoli in un mobile dimenticato a roma, rimasto per mezzo secolo con le ante girate verso il muro e quindi inaccessibile. Assieme agli altri per decenni nessuno lo aveva notato. Lì saltarono fuori i nomi e i responsabili delle vittime della strage che il tribunale militare di La Spezia cominciò a processare. L’unico vivente era proprio Schiffmann che però morì proprio durante l’iter del dibattimento. Nessuno ha pagato per quelle stragi.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
