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«Modena e il jazz una passione lunga cent’anni»

di Stefano Luppi
«Modena e il jazz una passione lunga cent’anni»

La prima opera sulla sua diffusione in città scritta dal presidente Fondazione S.Carlo

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Il jazz è stato argomento di numerosi libri e film nel corso dell'ultimo secolo e, c'è da scommetterci, in ogni territorio ci sono tracce della passione per questo genere musicale. È così anche a Modena, ma nessuno si era ancora dedicato all'argomento, nonostante il jazz abbia attecchito sotto la Ghirlandina già intorno agli anni Venti.

Il compito se l'è assunto - arrivando a un risultato egregio, per completezza dell'analisi soprattutto attraverso fonti giornalistiche - lo storico e giornalista Roberto Franchini, dal 1998 presidente della seicentesca Fondazione Collegio San Carlo e già autore di una ventina di libri. Arriva infatti venerdì in libreria il volume “Cento anni di jazz a Modena. Storia di una musica e dei suoi musicisti”, edito da Artestampa.

Da dove parte la ricerca?

«Parte dalla borghesia che, in quegli anni lontani tra le due guerre mondiali, pensava quasi solamente a divertirsi, attraverso veglioni danzanti, ma anche matinée e pomeriggi musicali, in particolare organizzati dal Circolo della Stampa, dalla società Panaro, dalla neonata Canottieri, dal Dopolavoro Impiegati o da quello Ferrovieri, dal Club Azzurro dall'hotel Regina, dal nuovo cinema Giardini. E, soprattutto, dal club Tersicore che sorgeva in via Malmusi, e che fu rimpiazzato nel secondo dopoguerra dal cinema Olympia, dopo una totale ristrutturazione».

Quali sono le curiosità del volume?

«Ce ne sono tante, spero il lettore apprezzerà. C'è ad esempio l'unico esempio di poesia jazz, una forma particolare di questa musica, e il testo è scritto dal giornalista Guglielmo Zucconi, a cui nelle pagine associo una caricatura del 1941 di Mario Molinari. Poi mi viene in mente che qui si parla anche di un musicista di colore, Earle Arthur Howard che era della Virginia e visse per anni a Modena in San Faustino dove morì il 31 dicembre 1978».

Siamo negli anni tra la I e la II guerra...

«È così, dopo avere seppellito i morti e pur dovendo lavorare molto i modenesi si lasciarono conquistare dai disegni di Molinari apparsi sulla Settimana Modenese e dalla musica suonata nell'antico locale Tersicore che durò fino alla seconda guerra prima di diventare una pista da pattinaggio e successivamente un cinema ora chiuso da anni. Ho trovato numerose fonti sull’argomento in questo complicato periodo; ad esempio nel 1946, su Unità Democratica, un dibattito sul jazz piuttosto singolare. Era segno che i cittadini volevano ballare, con le compagnie di varietà che arrivavano già allora al Storchi».

Quando si conclude la sua analisi?

«Vado avanti fino agli anni Novanta perché ritengo sia presto per fare un bilancio dei tempi odierni. Magari rimandiamo a un prossimo libro, tra altri cent'anni».

Perché ha deciso di fare una storia del jazz geminiano?

«Nessuno l'aveva ancora fatto e un motivo doveva pur esserci, tanto che un amico quando ha saputo che stavo accarezzando il progetto mi ha detto: ma come? Modena è la capitale del rock e non del jazz. Vero è che il jazz è da decenni più presente a Bologna, a Correggio, a Ravenna e agli inizi a Milano, Torino, Genova, Roma. Ma ho pensato si trattasse di un lavoro sporco che qualcuno doveva pur fare. Nel secondo dopoguerra gli amministratori comunisti erano soprattutto impregnati di cultura borghese come il teatro di prosa, la lirica e la musica classica. E ben poco jazz ci fu in quegli anni».

Quando cambiano le cose?

«Le cose cambiano davvero negli anni Settanta: dall'inizio del decennio si possono contare numerosi interventi di Pier Giorgio Farina, di Romano Mussolini, di Tony Scott, di Bill Coleman, di Gerry Mulligan, di Earl Fatha Hines fino agli anni di Romolo Grande che guidò anche la New Emily Jazz».

Nel libro lei dedica anche pagine, e un paio di belle immagini, al più noto (“ma non il più bravo”, interrompe Franchini, ndr.) jazzista, Louis Armstrong.

«È stata una delle prima cose che mi hanno raccontato gli amici esperti: venne due volte in città, ma una sola suonò: il 18 dicembre 1955 al teatro Comunale mentre pochi mesi dopo venne a girare alcuni spot commerciali per Paul Campani».

Lei nel libro si “allarga” parlando di locali e luoghi della musica.

«Mi sono permesso molte divagazioni perché non amo solo il jazz e d'altronde non si possono mangiare tortellini tutti i giorni. Per questo ho raccontato i locali da ballo, l'avanspettacolo che si faceva allo Storchi dove spesso i musicisti jazz trovavano ingaggio. Il jazz era sul punto di diventare la musica dei giovani, ma venne battuto sul tempo dal rock and roll. Accadde con il concerto di Celentano nel 1963 e poi arrivarono U2, Pink Floid, Prince, Bob Dylan, Peter Gabriel. Ma qui c'è molto altro, comprese tracce anche di Francesco Guccini e Pippo Casarini, ai quali ho dedicato molto spazio».

Abbiamo capito leggendo che lei ama il jazz.

«Non solo, ma è una passione che ho ormai da 45 anni, da quando ne avevo 18».

IL JAZZ: ALL'INIZIO ERA MUSICA DA BALLO

Quando allo Storchi venne a suonare Louis Armstrong

Il jazz arrivò a Modena negli anni Venti ed ebbe subito un certo successo perché, tra la prima e la seconda guerra mondiale, il ballo e musica da intrattenimento erano passatempi amatissimi da tutti, modenesi compresi. Il nuovo libro dello storico e giornalista Roberto Franchini, “Cento anno di jazz a Modena”, edito da Artestampa (pagine 384, 30 euro, 100 immagini, alcune storiche) in uscita nelle librerie venerdì, parte proprio da qui. Come ha scritto Adriano Mazzoletti “Il jazz era di moda. Forse più la parola che la musica. Se, prima del 1924, la stampa aveva indirizzato frecciate verso la musica americana, dopo il 1924 vi fu un'inversione di marcia. Il regime fascista non si era ancora espresso su di essa: veniva considerata musica da ballo e basta e il ballo era di gran moda presso i gerarchi”. Il libro di Roberto Franchini racconta le vicende di questa musica e dei suoi musicisti lungo l'arco di cento anni, arrivando fino ai nostri giorni. Nella prima parte del volume, lo fa seguendo la corrente dei decenni, dalla fine della Prima guerra mondiale sino agli anni Novanta: vi si trovano le orchestre che accompagnavano le compagnie di varietà e di avanspettacolo sul palcoscenico del teatro Storchi, i musicisti italiani più popolari, come Gorni Kramer e Cosimo Di Ceglie, gli artisti stranieri che facevano tappa in città nei loro tour. E si parla, anche attraverso immagini, del più noto jazzista, quel Louis Armstrong che tutti conoscono e che nel 1955 suonò anche al teatro Comunale di Modena. Ma nel libro scorrono i nomi di Earl Hines, Chet Baker, Lionel Hampton, Gerry Mulligan, Herbie Hancock, Gil Evans fino a Keith Jarrett e Ornette Coleman. Nella seconda parte del volume sono presentati capitoli dedicati a luoghi, festival, tematiche e iniziative degli ultimi vent'anni, quali i concerti al teatro Comunale ora Pavarotti, il festival di Vignola “Jazz in 'It”, il luminoso periodo del Baluardo, la rassegna “Le vie dei suoni sull'Appennino”, l'attività del Modena Jazz Club. Due capitoli sono dedicati al pianista Pippo Casarini e alla New Emily Jazz Orchestra, mentre il libro si chiude con un piccolo dizionario biografico di alcuni degli artisti oggi in attività. (s.l.)

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