Modena: Ematologia, la ricerca come speranza
Il primario Mario Luppi ha ricevuto la visita del nuotatore olimpico Marco Orsi, testimonial con l’Ail
MODENA. «Il mondo dello sport è vicino alle persone malate di tumori».
Quante volte avete sentito o letto questa frase? A pronunciarla magari sono professionisti super pagati, lontani dalle sofferenze dei pazienti.
Marco Orsi, invece, ha scelto di passare dall’apparenza alla sostanza. Il nuotatore olimpico ha visitato ieri il reparto di Ematologia del Policlinico per una mattina di solidarietà con la Ail.
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«Sono vicino a persone meno fortunate di noi - ha spiegato l’atleta di Budrio (Bologna) - perché le ho conosciute anche all’interno della mia famiglia. Ho conosciuto Francesca, Marcello (entrambi sostenitori dell’Ail), i loro figli Kevin e Nicolas, grandi appassionati di nuoto. Quindi, ho voluto dare un piccolo sostegno e far sentire che anche il mondo dello sport è vicino a queste persone».
Una vicinanza apprezzata dagli stessi medici, come il dottor Mario Luppi, consigliere nel Consiglio direttivo della Società Italiana di Ematologia Sperimentale, dal luglio 2005 evicepresidente della Società Italiana di Ematologia Sperimentale. Il dirigente della struttura complessa di Ematologia è salito sul palco del Forum Monzani il 12 novembre.
In scena “Il lavoro che cura”, spettacolo organizzato proprio dall’Associazione italiana contro le leucemie, i linfomi e il mieloma (Ail).
«Con noi sta cercando di lavorare - ha ripreso l’ordinario di Ematologia - per far guarire le persone. La ricerca sta facendo progressi molto importanti. Per alcune malattie possiamo parlare di guarigione, per altre di una cura che può permettere ai pazienti di avere anni di sopravvivenza libera dalla malattia. I farmaci in seconda e terza linea permettono a molti pazienti di avere una qualità di vita soddisfacente». Qualità della vita che viene misurata all’interno del Policlinico.
«Come servizio di psicologia seguiamo circa cento pazienti - ha ripreso Lisa Galli - e ottanta familiari all’anno. La media è di oltre 750-770 colloqui all’anno».
La psicologa ha dato vita al progetto “Il lavoro che cura”, basato sul personaggio di Guido Speranza. Un cognome che mostra una virtù di cui deve essere in possesso qualunque persona entri in contatto con una patologia.
«Il malato diventa un professionista della malattia - ha aggiunto Galli - perché non sceglie di ammalarsi, ma per lui diventa un lavoro 24 ore su 24».
Poi c’è l’impegno dei testimonial. «Marco Orsi aveva dato una mano anche con le uova di Pasqua - ha concluso Elisabetta Castellari (Ail) - e siamo certi sarà così anche l’anno prossimo». (g.f.)
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