Sangiorgi: «Contento per la prof “assolta”»
Dal Policlinico carte che smentiscono il cardiologo. La multinazionale: «Mai chiesto autorizzazioni»
«La sentenza d’appello sulla prof. Modena? Mi ha fatto grande piacere. Ha ristabilito la realtà dei fatti, dal mio punto di vista. Ora speriamo che abbia qualche influsso anche sul processo». Il professor Giuseppe Massimo Sangiorgi, principale imputato al maxiprocesso sul Caso Cardiologia tra il 2009 e il 2012, si è espresso con questo breve ma significativo giudizio in merito all’assoluzione della sua ex direttrice dale accuse più pesanti, a cominciare dall’associazione a delinquere: la Modena era un importante anello della catena ricostruita dal pm Marco Niccolini.
Ieri Sangiorgi era presente come sempre all’udienza. E ieri ha potuto ascoltare la deposizione di un imputato eccellente, Jean De Schepper, belga, ex direttore della multinazionale biomedicale Svelte, al centro di uno dei più clamorosi casi di presunte sperimentazioni illegali e tenute segrete a Modena.
De Schepperd (e dopo di lui il suo manager canadese Mark Paquin) ha spiegato che lo stent al centro del caso, l’Intrepid, era stato appena contrassegnato con marchio Ce dalla Unione Europea. Per testarlo clinicamente si è pensato di farlo utilizzare in alcuni ospedali pubblici, tra i quali il Policlinico. E qui si è arrivati al nodo dell’intero processo: può un’azienda privata provare un suo nuovo prodotto, per quanto innovativo e in grado di salvare vite (come è proprio accaduto a una paziente a Modena tratta da Sangiorgi), utilizzando però un ospedale pubblico senza avere le autorizzazioni? De Schepperd ha risposto che non era a conoscenza del fatto che al Policlinico di Modena servissero particolari autorizzazioni ufficiali. Ha raccontato di aver andato dieci stent in prova gratuita direttamente a Sangiorgi. E poi altri dieci ancora, ma questi per uno studio che però non venne mai fatto. Per quello studio la Svelte, ha spiegato l’ex dirigente, aveva anche comperato dei palloni medicali della Endotech (che poi Sangiorgi ha restituito). Il capo della multinazionale ha detto di essersi sempre rapportato col cardiologo perché era prassi comune: non sapeva che lo studio doveva passare per il Comitato Etico del Policlinico e per la Direzione generale. Quanto ai 16mila euro girati a Sangiorgi attraverso un bonifico sulla sua onlus E2C, servivano a finanziare questo studio.
Fin qui il capo della multinazionale che disinvoltamente affidava il nuovo prodotto a un luminare sperando che poi l’ospedale pubblico lo acquistasse regolarmente (pur non restando all’oscuro).
E Sangiorgi? Sapeva di agire in un ambito privato, lui che aveva dato l’esclusiva al Policlinico, dentro e con una struttura pubblica? Sapeva di applicare gli stent non autorizzati a dei pazienti ignari senza essere passato attraverso la farmacia ospedaliera? Il cardiologo, quando è stato interrogato, aveva detto di essere stato all’oscuro dei regolamenti interni al Policlinico: nessuno glieli aveva indicati. Con un colpo di scena, l’avvocato Andrea Mattioli, parte civile per il Policlinico, lo ha però smentito producendo ai giudici i documenti del Policlinico letti e firmati nei quali si citavano i regolamenti che obbligavano il cardiologo ad avere un rapporto in esclusiva con l’ospedale di via del Pozzo - sia intra che extra moenia - e quindi obbligavano Sangiorgi ad avvisare la direzione di ogni attività e di ogni denaro che percepiva fuori dal lavoro ufficiale di direttore di Emodinamica. Quelle carte, ha spiegato l’avvocato Mattioli, dimostrano che Sangiorgi non poteva ignorare, come dice, che si doveva seguire un percorso preciso prima di iniziare qualsiasi studio. E quindi non è vero, come aveva spiegato il cardiologo, che il Policlinico non aveva mai fornito documenti sulle norme in uso.
Ieri sono stati ascoltati altri due medici dello staff di Sangiorgi, il dottor Alessandro Aprile e il dottor Giuseppe Biondi Zoccai.
Carlo Gregori
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