Taxi driver
di CRISTIANA MINELLI Se tieni una rubrica fissa la gente associa la tua faccia a quello che scrivi e può capitare che incontrandoti ti dica la sua. Piccole storie che si infilano da sole una dietro...
di CRISTIANA MINELLI
Se tieni una rubrica fissa la gente associa la tua faccia a quello che scrivi e può capitare che incontrandoti ti dica la sua.
Piccole storie che si infilano da sole una dietro l'altra, come perle di una collana. Così non resta che portarle in giro, come succede con tutte le collane.
Per esempio. Un garbato barista di recente mi ha parlato del suo difficile rapporto con i tassisti. Viaggiando per lavoro gli è capitato tre volte di seguito di dover attendere per oltre mezz'ora un taxi alle 11 di sera davanti alla stazione dei treni. Dopo tanti chilometri avanti e dietro sulle rotaie non pretendeva certo di incontrare Robert De Niro, che il protagonista di “Taxi Driver” al massimo, se viene in città, fa tappa da Bottura senza raccattare avventori infreddoliti davanti alla stazione. Ma un taxi libero sì. Prima dell'ipotermia, magari. Una volta conquistato il mezzo, ha pure pagato, dietro richiesta, l'addizionale notturna. Nessuno vuol crocifiggere i tassisti, sia chiaro. Ma qualcosa che non va deve pur esserci se in una città come la nostra alle 11 di sera tocca di fare il palo della banda dell'Ortica prima di poter raggiungere il portone di casa.
Stessa trafila anche per Aldo Cazzullo, che su Sette (Corriere della Sera) scrive “un Paese che non riesce a far trovare i taxi in stazione è un Paese senza speranza”.
Ricordo un viaggio a Parigi particolarmente tribolato. Nevicava forte già dal mattino e l'aereo, dopo aver raggiunto regolarmente il Charles De Gaulle, impiegò diverse ore prima di liberare i passeggeri, prima imprigionati sulla pista, poi lanciati come reduci da un sequestro alla conquista di bagagli e uscita.
Ormai erano le sei di sera. Ero in viaggio dalle 8 del mattino. Nella tormenta che imperversava ecco spuntare l'unico taxi in circolazione. Una presenza a metà fra un'allucinazione e un gorilla nella nebbia. Giù dalla macchina-miraggio un omone corpulento, che indossava un caftano, profumava di couscous e spezie varie e non aveva tempo da perdere. Impiegammo tre ore per raggiungere il centro. Un viaggio eterno, difficile, estenuante. Non volava una mosca.
Non potevo credere di aver raggiunto Saint-Germain. Erano le nove. Non chiese neanche la mancia.
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