Modena, donna muore su una panchina uccisa da alcol e troppa solitudine
Aveva 41 anni e lavorava come badante quando trovava un’occupazione. L’allarme dato dal rumeno che l’aveva ospitata. La depressione dopo la scomparsa del compagno italiano con cui aveva vissuto
MODENA. Anna D., quarantuno anni, si è spenta la sera di Santo Stefano nei pressi delle due panchine di piazzale Risorgimento, un luogo nascosto ma famigliare per lei e per gli altri che vivono in strada e che si nascondono dietro al monumento, alle siepi, per mangiare qualcosa e soprattutto per bere da bottiglie e da cartoni.
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Il suo amico, un giovane rumeno, aveva capito che non stava tanto bene, che l’alcol, come ormai accadeva da troppo tempo, l’aveva invasa, nell’anima e nella testa. Vedeva che era debole, che era senza forze e allora le ha detto di aspettare un attimo: «Stai qui, arrivo subito, vado dal pakistano, in via Carteria, ti prendo qualcosa così mangi e poi vedrai che ti riprendi. Aspettami, torno subito». Il giovane amico, colui che l’aveva ospitata in casa proprio la notte di Natale, è andato, ha preso qualcosa e con il classico sacchetto della spesa ha fatto ritorno, questione di pochi minuti. Ma Ana (con una enne sola, così la chiamavano i suoi conoscenti) non c’era più. Rimaneva di lei il corpo un po’ paffutello, per terra, su un fianco, senza vita.
«Mia figlia - spiega una signora russa che spesso siede sulle panchine di fronte ala chiesa di San Francesco, dove ora c’è la giostra - e anche io e gli altri che vengono qui la conoscevamo bene. L’avevo vista qui l’altra sera, con il suo amico rumeno che le aveva dato ospitalità. Poveretta, era una donna che beveva tanto, che non stava bene da quando aveva perso il suo uomo, un italiano. Lui era morto, sarà stato oltre un anno e mezzo fa, e lei non si era più ripresa».
«L’altra sera io ero andata a lavorare - spiega la signora in compagnia di un altro avventore della panchina che conosceva Ana - e prima delle 19 mia figlia mi ha chiamato al cellulare. Mi ha detto: «Mamma, c’è Ana qui per terra dal parcheggio, è su un fianco, non si muove, cosa dobbiamo fare? Le ho detto di chiamare subito i soccorsi, l’ambulanza. Ma poi ho saputo che non c’era nulla da fare». Il personale del 118 l’ha trovata senza vita, morta per arresto cardiaco, come si dice in questi casi. Un cuore che non ha retto ad una vita fatta di alcol, di depressione, ai confini della società.
Sul posto è arrivata anche la polizia ed è stato informato il magistrato di turno. Il corpo della donna è stato portato presso l’istituto di medicina legale del Policlinico e si dovrà decidere se effettuare o meno l’autopsia, anche se sono esclusi eventi violenti che possano averla uccisa.
La 41enne ucraina non era una clochard in senso stretto, non viveva propriamente all’aperto, su panchine o nei sottopassaggi. Di lei si sa che aveva vissuto a Modena in casa dall’allora suo compagno, un italiano e che lavorava come badante. Poi, dopo la morte del suo uomo, arrivarono l’alcol e la depressione. Iniziò a spostarsi, andando probabilmente a vivere dove riusciva trovare lavoro come badante, quindi ospitata presso le famiglie dove ancora riusciva a lavorare. Ma l’alcol e una lucidità sempre più lontana la portavano a dover abbandonare le occupazioni che ancora e a fatica riusciva a trovare. Nell'aprile scorso subì un intervento chirurgico programmato presso l’ospedale di Carpi. In quell’occasione i medici, resisi conto dello stato psicofisico della donna nella morsa dell’alcol allertarono i servizi sociali modenesi. E così Ana entrò in una comunità, una struttura residenziale famigliare dove si trovava bene e aveva buoni rapporti con tutti. Ma evidentemente subì ancora una volta il richiamo dell’alcol: si allontanò dalla struttura dicendo di aver trovato un lavoro come badante a Mirandola. Forse era davvero così, oppure no. Forse si era pure trasferita nel Bolognese, ma ultimamente era riapparsa dalle nostre parti.
«Lei cercava disperatamente di lavorare - spiega don Gregorio, parroco di San Pietro - era il suo desiderio ma non ci riusciva più, non trovava nessuno che la prendesse. Veniva qui ogni tanto, in compagnia di un uomo che l’aiutava, che le faceva compagnia. Noi le davamo da mangiare». Anna era una persona che si stava spegnendo dentro e così è stato, la sera di Santo Stefano.
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