Senza fissa dimora: cinquanta persone in cerca di un tetto
I progetti di Luca Barbari (Porta Aperta): «Una casa-alloggio, un centro diurno e una squadra di volontari a tempo pieno»
Quante altre persone ci sono a Modena che si trovano nelle stesse condizioni di Ana, la donna ucraina morta l’altra sera su una panchina nel parco?
Quanti sono quelli che hanno staccato la spina con la vita di tutti i giorni, che campano con quello che trovano, dimenticando gli stenti per qualche ora con un poco di vino infame? Per loro, senza fissa dimora come li chiama la legge, non c’è altra residenza che quella di un numero sul telefonino di poco prezzo, l’unico e ultimo contatto con il resto del mondo. I loro nomi? Sono sparsi negli elenchi dei servizi sociali o del Sert; magari in qualche verbale di polizia o carabinieri quando li trovano a dormire nel sottopassaggio della stazione.
Con Luca Barbari, responsabile di Porta Aperta, proviamo a fare il quadro della situazione in città.
Quanti sono quelli che vivono come Ana, che girano da una parte all’altra di Modena portandosi in un sacchetto di plastica tutto quello che hanno?
«Un conto esatto di chi vive per la strada ovviamente non ci può essere - risponde mbarbari - La nostra stima è di una cinquantina di persone. Non si tratta solo di povertà materiale, perchè di questi tempi i numeri dei disperati senza casa e con drammi famigliari alle spalle sono molto più alti. Ma i casi come quello di Ana ci sono e ognuno è un caso a sè stante».
Tante vite, tante storie, accomunate dalla stessa sconfitta e dalle rinunce
«Più o meno e così. C’è chi è conosciuto dalle strutture sanitarie per i tossicodipendenti, altri dall’Ausl e dagli ambulatori per la salute mentale. In altri casi c’è una depressione strisciante che finisce per travolgere la quotidianità».
Una sorta di esilio scelto come ultima spiaggia, un rifiuto del mondo
«Si può dire anche così» .
Che cosa viene fatto a Modena per loro? Cosa è possibile fare in concreto?
«Ci sono gli interventi per il freddo notturno, arrivano i volontari di varie associazioni con tè caldo, qualche brioche e le coperte ma l’obbiettivo è quello di offrire soluzioni meno precarie, anche durante il giorno».
Possiamo fare un esempio?
«Un progetto che sta prendendo quota con il Comune di Modena è quello che viene denominato “Housing First”, ovvero “una casa prima di tutto”. Chi ha un tetto, un letto, riesce a essere reinserito socialmente lasciando l’emarginazione da cui proviene. I risultati sono duratori e il ricorso alle cure così come la vicinanza a droghe e alcol si allentano di parecchio. L’idea di fondo, già applicata in altre città d’Italia e recepita anche dal ministero a Roma, è quella di costruire una sorta di casa a disposizione dei più emarginati per far sì che vengano seguiti da specialisti nelle attività di tutti i giorni, offrendo un’alternativa alla strada. Allo stesso tempo questa sorta di comunità, in cui possono collaborare pubblico e privato-sociale, può essere un punto di riferimento per le istituzioni».
La realizzazione pare piuttosto lontana
«Ci sono esperienze già avviate anche a Bologna e Rimini, giusto per citare due casi vicini. Speriamo di trovare la struttura idonea e la volontà del Comune, entro quest’anno. Vedremo».
Altre alternative a portata di mano?
«Pensiamo che sia opportuno formare un equipe, magari mettendo insieme volontari e specialisti, in grado di contattare chi è senza fissa dimora anche di giorno per seguirli nei luoghi dove passano il tempo insieme. In una parrocchia credo che mettano a disposizione una sala offrendo ambienti caldi e ascolto a chi resta lì».
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