Disoccupati, Fiumalbo il peggiore Campogalliano è il più virtuoso
Nel Comune appenninico il 12,2% è senza lavoro contro il 3,7% del paese al primo posto in provincia Modena nella media con il 7,4%. Il Pil dell’Emilia Romagna cresce dell’1%, l’occupazione del 2,4%
Il rapporto di fine 2015 curato da Unioncamere e Regione Emilia-Romagna fotografava una regione in ripresa ma con qualche difficoltà: il Pil registrava un +0,8% e la disoccupazione, a livello regionale, segnava un 7,7% quando invece il dato nazionale si era attestato all’11,9%.
Ad oggi, con l’ultimo rapporto pubblicato lo scorso 19 dicembre, la tendenza al rialzo è stata confermata. Vi si legge infatti che «nonostante il ridimensionamento delle stime, l’Emilia-Romagna ha fatto registrare l’aumento del Pil (+ 1 %) più elevato delle regioni italiane assieme alla Lombardia». La leggera ma determinante crescita del Pil ha influito positivamente anche sull’occupazione con una crescita del 2,4 % rispetto al 2015: in Regione risultano occupate mediamente circa 1,9 milioni di persone con un tasso di disoccupazione, secondo l’Istat, del 7,1% (Italia: 10,9%).
Sempre secondo la stessa relazione, «nel 2016 l’occupazione dovrebbe superare dell’1,6 per cento il livello del 2007, alla vigilia della crisi internazionale innescata dai mutui statunitensi ad alto rischio». Con l’attesa, «nel biennio 2017 - 2018 dell’innestarsi di un ciclo virtuoso, sulla scia del consolidamento della ripresa del Pil».
Nello specifico del mercato del lavoro, lo studio di Unioncamere e della Regione rileva una diminuzione del numero di coloro che cercano lavoro non attivamente: i più pigri, o “scoraggiati” che dir si voglia, sono diminuiti di 8.000 unità nei primi 9 mesi del 2015 (da 69.000 a circa 61.000) rispetto all’analogo periodo del 2016.
Buone notizie vengono dal tasso di attività, continua la ricerca: l’Emilia-Romagna negli ultimi mesi dell’anno «è la seconda regione italiana (73,4%), grazie soprattutto alla spinta di un tasso di attività femminile tra i più elevati del Paese (67,2%)». Sono state quindi le donne a trainare maggiormente l’occupazione (+4,0%), a fronte di un minore incremento del lavoro maschile (+1,1%).
Nel campo delle professioni, gli occupati autonomi hanno inciso maggiormente sulla crescita dell’occupazione (+4,1%), mentre si rileva una crescita minore dei dipendenti (+1,9%) che registrano però, di contro, una maggiore tenuta nel tempo rispetto ai primi.
In ultimo, i settori che assumono di più si riconfermano essere il manifatturiero (che ha subito solo un leggero calo dello 0,7%) e i servizi, specialmente legati al turismo, come alberghi e pubblici servizi (+0,2%). Bene soprattutto le aziende con vocazione internazionale e all’export.
Le attese di crescita sul Pil sono confermate anche da una indagine di Excelsior – Unioncamere che registra come in Emilia Romagna le imprese nel settore dell’industria e dei servizi abbiano programmato l’assunzione nel 2016 di 72.420 persone: il +5,0% rispetto al 2015.
«Dunque - conclude lo studio - i dati fondamentali del mercato del lavoro emiliano-romagnolo hanno descritto una situazione tra le migliori in ambito nazionale: l’Emilia-Romagna ha nuovamente registrato il secondo miglior tasso di occupazione del Paese alle spalle del Trentino-Alto Adige, mantenendo la posizione di un anno prima».
La provincia di Modena.
I dati provinciali sembrano convergere ed evidenziano fluttuazioni simili a quelle di ambito regionale, dunque anche nella nostra provincia si può notare come il 2015 segni un’inversione di tendenza rispetto al passato anche se, come già sottolineato, è troppo presto per ritenersi in salvo dalla tempesta della crisi e della stagnazione.
In provincia di Modena la maglia nera per l’occupazione va al Comune appenninico di Fiumalbo con il 12,2% di disoccupazione (dati Urbistat), mentre Campogalliano registra la più bassa disoccupazione con il 3,7%.
Modena si colloca nella media, al 7,4%, vicina ai Comuni di Camposanto (7,5%) e Frassinoro (7,3%).
Purtroppo risulta ancora essere alta, troppo alta, la disoccupazione giovanile, che si attesta intorno al 24,5% nella nostra provincia (Emilia Romagna: 29,5%, Italia: 36,4%).
L’analisi storica generale dei dati sull’occupazione evidenzia come, nell’ultimo anno, si possa ravvisare un’inversione di tendenza, un recupero che, seppur leggero, mostra che il tessuto economico, anche se tuttora sofferente, stia tuttavia rispondendo agli stimoli e alle politiche economiche messe in atto dal governo grazie anche a una congiuntura internazionale favorevole.
L’impatto degli esoneri contributivi. Dal rapporto dell’Istat sulla competitività 2016 emerge, in sostanza, come gli esoneri contributivi abbiano avuto particolare impatto, specialmente sulle assunzioni con contratto a tempo indeterminato. Con il primo gennaio 2015, infatti, è entrata in vigore la decontribuzione fiscale introdotta dalla Legge di stabilità 2015 che prevede, per i nuovi contratti a tempo indeterminato attivati nel corso dell’anno, un esonero contributivo triennale unito alla possibilità di uno sgravio fino a un importo massimo di 8.060 euro annui. I dati Inps dell’Osservatorio sul precariato prendono atto degli effetti della manovra e registrano come nel 2015 in Emilia-Romagna le assunzioni a tempo indeterminato siano cresciute del 68,8% rispetto al 2014, a cui si aggiunge un aumento del 60,3% di stabilizzazioni di rapporti a termine rispetto all’anno prima.
Con la Legge 208/2016 del 2016 però viene previsto solo un esonero contributivo biennale (invece che triennale), e in misura pari al 40% fino a un importo massimo di 3.250 euro, per i contratti stipulati non oltre l’1 dicembre 2016, rispetto agli 8.060 euro del 2015.
«La diminuzione degli incentivi - si legge nel rapporto di Unioncamere e Regione Emilia-Romagna - è certamente alla base della consistente riduzione dei flussi di assunzione del 2016». Secondo i dati Inps, «nel periodo gennaio-ottobre del 2016, le assunzioni a tempo indeterminato sono ammontate a 17.747, con una flessione del 64,0% rispetto all’analogo periodo del 2015. Stessa sorte per le stabilizzazioni dei contratti a termine, che sono diminuite 53,1%».
Il rapporto di Unioncamere conclude affermando come questa tendenza al ribasso sia stata osservata anche in generale nel Paese. Infatti, le assunzioni a tempo indeterminato hanno subito una flessione del 60,5%, mentre la conversione dei contratti a termine è diminuita del 53,1%.
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