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La vedova: «Non abbiamo avuto giustizia»

Parla Anna Ponti, 86 anni: «Mia figlia Silvia è morta ricordando la scomparsa di suo padre»

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L’avvisarono subito dell’uccisione del marito e tocco a lei, ancora sconvolta per la notizia, riconoscere formalmente il marito riverso sul sedile della vettura. Ancora oggi, a 86 anni, Anna Ponti, vedova del dott. Montanari, ha la voce rotta dalle lacrime quando ricorda quegli istanti. Per lei, come per la figlia Silvia scomparsa di recente per un brutto male, la vita si è fermata la sera dell’8 gennaio 1981.

Risponde al telefono con una voce sottile da Venezia, la città in cui è nata e in cui è tornata dopo la scomparsa del marito.

Come seppe dell’uccisione di suo marito?

«Ricordo quegli istanti come se fossero accadute l’altro giorno - risponde - Venne il rettore con la moglie, mi disse al citofono che era morto. Scesi giù e andai in macchina con loro fino al Policlinico. Mi sentivo impietrita. Ma il peggio fu quando mi tocco avvisare mia figlia Silvia che viveva a Venezia, si era sposata da poco. Le ho dato un dolore immenso. Non potevo non dirglielo: avrei voluto morire piuttosto che farla soffrire in quel modo».

Che cosa le rispose?

«È stata male. Sempre ha ricordato mio marito, sino agli ultimi giorni di vita. È scomparsa per una malattia di recente ma sempre con quel cruccio, quel tormento che l’assillava»

Quale?

«Ripeteva sempre che noi, la famiglia, non avevamo avuto giustizia. Anche noi siamo stati vittime. La sua perdita è stata incolmabile, la famiglia distrutta dal dolore».

Che cosa è accaduto nei mesi successivi?

«Le indagini sono andate avanti ma io da subito ho pensato che dovevano esserci in ballo rivalità e scontri fortissimi all’interno della clinica. Lui si batteva per i diritti delle donne, non boicottava le interruzioni di gravidanza in un contesto che invece le vedeva malissimo. Faceva il suo dovere e rimetteva al posto loro quelli che volevano scavalcarlo, imporsi, come erano abituati prima. Io sono rimasta a insegnare nella scuola media sino alla fine dell’anno poi mi sono trasferita a Venezia».

Ci sono stati tentativi per riaprire il caso?

«Se ne è riparlato varie volte ma senza esito. Eppure gli interessi che si erano coalizzati contro di lui rimasero molto forti. Pensi che quando Corrado Augias ricostruì il delitto nella sua trasmissione Telefono Giallo ricevette telefonate minatorie. Per l’esattezza minacciarono pesantemente di querelarlo». (s.c.)

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