Alla scoperta degli imam i capi religiosi modenesi
Ecco da dove arrivano e come sono diventati le guide delle comunità musulmane Viaggio nelle quattro moschee dove fondamentalismi e fanatismi sono banditi
Un viaggio dentro alle moschee di Modena e provincia per conoscere da vicino gli imam dei centri islamici, le guide spirituali della comunità musulmana.
Li chiamano imam, 'alim, qadi, mufti, mullah, sheikh. Sono i nomi in arabo che definiscono il gruppo degli ulema, i “sapienti”, gli studiosi dell'Islam, i dottori della legge e della religione. Ognuno ha una funzione diversa nell'ambito delle scienze islamiche applicate: il qadi è un giudice nei tribunali sciaraitici, il mufti è un giureconsulto, il sheikh è un docente nelle scuole coraniche e teologiche, mentre l'imam in senso stretto è la guida spirituale della “umma”, la comunità del Profeta Mohamed. Si occupa di dirigere la preghiera in congregazione, da assolvere 5 volte al giorno, e di pronunciare la “khutba”, il sermone del venerdì.
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In Italia vivono oggi quasi due milioni di musulmani, in Emilia Romagna sono circa 200mila. La nostra è la seconda regione, dopo la Lombardia, con la più alta concentrazione islamica del paese. Su di un totale di 1250 luoghi di culto islamici sparsi nel territorio nazionale circa 200 si trovano in Emilia.
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Quattro moschee A Modena ci sono 4 “moschee” mentre nell'intera provincia sorgono almeno una dozzina di strutture religiose islamiche per una popolazione totale di fede musulmana che sfiora i 30mila abitanti. Il termine arabo “imam” significava in origine “colui che sta davanti”. In epoca pre-islamica indicava coloro che guidavano le carovane. Nell'Islam classico l'imam è colui che si occupa di una moschea. Benché sia la figura che più si avvicina a un prelato cristiano, a un parroco, l'imam non è un ministro di Dio. Non esistono sacramenti nell'Islam maggioritario sunnita e neanche un clero organizzato e centralizzato. L'imam non è un sacerdote ma un uomo come gli altri che si è distinto per rigore morale e per gli studi in teologia. È un esperto nelle fonti dell'Islam e nelle moschee del modenese ha un ruolo strettamente religioso anche se talvolta viene confuso con il capo della comunità, suo portavoce o comunque il massimo rappresentante. Ogni moschea ha il suo imam e nei centri islamici del territorio vige una separazione netta fra “potere spirituale e temporale”: i capi religiosi si occupano solo di Islam e raramente compongo i direttivi delle moschee. Questi ultimi si occupano delle questioni mondane, di mantenere i contatti istituzionali, di amministrare i centri e di organizzare la vita religiosa.
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I primi imam Fede di migranti, i primi imam dell'Islam modenese sono di nazionalità marocchina e cominciano a predicare alla fine degli anni '80 nelle neonate sale di preghiera della zona, spesso dei garage o dei capannoni in disuso in periferia. All'inizio a fare gli imam erano personaggi interni alla comunità con un livello culturale superiore ma non necessariamente una conoscenza islamica migliore degli altri. «Ingegneri, architetti, medici emigrati in città che non riuscendo a trovare lavoro dedicavano il loro tempo alla moschea. Da qui deriva il fenomeno degli imam autoproclamati e legittimati per anzianità e attraverso il consenso della comunità» dice Stefano Tacchini, islamologo dell'Università Cattolica di Milano.
Imam informali e temporanei, i primi direttori della preghiera non sono laureati né esperti in scienze islamiche. È solo negli anni '90 che emerge una professionalizzazione maggiore del personale religioso delle moschee italiane e modenesi. I religiosi sono formati e mandati dai governi di quei paesi che maggiormente finanziano la costruzione di moschee in Europa come l'Arabia Saudita, il Qatar, la Turchia e il Marocco.
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L'imam della moschea “Al Rahman” di via delle Suore, il più antico e frequentato centro islamico del nostro territorio in funzione dal 1992, si chiama Mohamed El Raoui. È un uomo di mezza età di origine marocchina, presta servizio dal 2007 ed è un migrante di lungo corso. «Prima di diventare imam da noi dirigeva le orazioni in un piccolo centro islamico del Bolognese: è un uomo molto istruito, un esempio di rettitudine morale ed è intransigente nei confronti di qualsiasi forma di estremismo» spiega il portavoce della moschea, Driss Wagueg.
No ai fondamentalismi L'imam è una figura chiave per prevenire eventuali tentazioni fondamentaliste in seno alla comunità. Egli non è un confessore, parla alla comunità più che al singolo: «Ma non è mai successo che un fedele si presentasse dall'imam con intenzioni bellicose, non è mai accaduto che un frequentatore si interessasse al jihad armato. Proprio nell'ultimo sermone, l'imam El Raoui ha rimesso in guardia la comunità dai falsi idoli del terrorismo e ha invitato i fedeli a denunciare alle autorità qualsiasi movimento sospetto riconducibile al fanatismo», dice Wagueg. La linea dura contro ogni pulsione jihadista è comune a tutte le moschee del territorio: «La regola è sempre quella di denunciare. Ma se si tratta di un giovane dalle idee confuse è compito dell'imam, oltre che di parlare con i genitori, esporgli cosa dice l'Islam in merito alla violenza, è un dovere dell'imam spiegargli che il Jihad non è, in origine, un concetto di guerra ma significa sforzo spirituale interiore sulla via di Dio”, dice Adel Laamane, presidente della Casa della Saggezza, della Misericordia e della Convivenza di via Portogallo, la seconda moschea per dimensioni della città.
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