Gazzetta di Modena

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«Indagini da subito difficili Il solo appiglio è la pistola»

di Carlo Gregori
«Indagini da subito difficili Il solo appiglio è la pistola»

Vittorio Rossi legale della famiglia: l’arma fu sequestrata a un accusato di rapina Dimostrare che era la stessa usata per il delitto potrebbe aprirebbe nuovi scenari

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È possibile, dopo 36 anni, che il “cold case” di un omicidio che fece scalpore, come il delitto Montanari, possa arrivare a una svolta? Esistono nuovi possibili elementi di indagine? Soprattutto, le nuove tecniche di analisi forense - come quelle balistiche e del dna - possono aiutare a dare un volto all’assassino rimasto nell’ombra e impunito?

La lettera pubblicata ieri sulla “Gazzetta” e firmata dal cognato della vittima, prof. Umberto Terracini, da amici, colleghi medici ed ex studenti, forse riaprirà il caso ma sicuramente sta già riaprendo la discussione su un omicidio avvenuto davanti al Policlinico nei giorni caldi della Legge 194, quella sull’aborto. L’invito alla Procura a riavviare le indagini di un caso chiuso due volte - le investigazioni non arrivarono a nulla - verrà sicuramente vagliato dal procuratore capo Lucia Musti, ma cosa ci si può aspettare? L’omicidio in sé avvenne in “condizioni ottimali” per l’assassino: l’agguato fu teso in un angolo poco visibile e soprattutto male illuminato. L’unico reperto noto è il proiettile che, entrando dall’ascella della vittima - il medico cercò di parare gli spari - penetrò fin quasi al cuore uccidendolo. Nessun bossolo, nessuna pistola, nessuna traccia o impronta dell’assassino furono trovati. Le indagini sono proseguite a vuoto per ben due volte: nell’immediatezza e dieci anni dopo, nel 1991, dopo una puntata diventata celebre del programma di Corrado Augias “Telefono Giallo”.

Spiega l’avvocato Vittorio Rossi, che ha sempre assistito la vedova e i familiari come parti offese: «Alcuni mesi fa venni contattato dalla vedova Montanari, la signora Anna Ponti, per avere la documentazione. Mi fece sapere di essere intenzionata a chiedere di riaprire il caso. Le spiegai che avevo ancora della documentazioni in studio ma poca; il resto era sepolto negli archivi degli uffici giudiziari. Sicuramente tenere vive le ricerche è importante. Tuttavia, fin dall’inizio le cose non andarono per il verso giusto...».

L’avvocato spiega infatti che le indagini stentarono da subito a decollare: la scena del crimine era contaminata: era stata occupata da molti curiosi; i reperti erano pochissimi e poco interessanti; furono imboccate tre piste tutte infruttuose: quella di una vendetta da Messina, dove Montatari aveva insegnato, quella di un’amante e quella più accreditata - soprattutto dal professor Francesco De Fazio, eminente criminologo modenese - di un delitto nato dentro il Policlinico. «Anche l’autopsia non aggiunse nulla. Il medico legale, ricordo, disse che Montanari fu molto sfortunato perché il colpo che lo raggiunse e uccise non era stato sparato da un professionista».

Persino sulla pistola l’avvocato resta scettico: «Il proiettile è di una calibro 45 e forse era davvero vecchio, come si diceva. Va bene, ma come si fa a dire che è stato sparato da una Remington parabellum americana del periodo della guerra? Pare anzi che fosse di una pistola a tamburo. Insomma sulla pistola c’è confusione». Rossi spiega: «L’unico spunto davvero importante potrebbe venire da una pistola calibro 45, vecchia, sequestrata poco dopo a una malavitoso durante un’indagine per rapina. Potrebbe essere l’arma del delitto? Può darsi ma nessuno l’ha mai esaminata balisticamente per sapere se fosse compatibile o no col proiettile. Sembra incredibile ma è così. Se riapriranno il caso, si dovrà cercare quest’arma. Ma esisterà ancora all’Archivio Corpi di Reato? O sarà già stata distrutta dall’Artiglieria a Roma? Certo, se fosse l’arma del delitto ci sarebbe la svolta: aprirebbe una nuova pista e forse conterrebbe impronte digitali e tracce biologiche. Il detentore poi dovrebbe spiegare come ne era venuto in possesso e da chi». E il dna? «Questa analisi mi lascia perplesso. Non esiste nulla da analizzare, né c’è un elemento di confronto. Ma anche se avessimo tracce, con quale sicurezza indicherebbero l’autore del delitto dopo 36 anni?»

Il giornalista Pier Luigi Salinatro, poi cronista della Gazzetta, all’epoca del delitto lavorava per una radio privata. «Quella sera c’era una grande confusione attorno alla scena del crimine e la polizia arrivò più tardi. Le indagini non approdarono a nulla. Oggi non so cosa si potrebbe ottenere di nuovo, dato che non è emerso nulla tranne quella pistola mai analizzata».

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